Excerpt for Eleanor LeJune - Quando il sesso è poesia by Amodio Tortora, available in its entirety at Smashwords

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Eleanor LeJune

Quando il sesso è poesia

di

Aurelie Rogers




www.ebookserotici.com

Smashwords Editions

Il Cinema Horror dei Teenagers by Amodio Tortora

http://www.smashwords.com/books/view/131544

Arianna ed Eleanor

http://www.smashwords.com/books/view/128933

Eleanor LeJune


Eleanor LeJune
 nasce ad HonfleurFrancia, il 24 maggio 1975. Ben presto, a causa dell'attività lavorativa del padre, si trasferisce all'Isola di Palau dove frequenta il Liceo artistico. Si laurea, poi, in lettere. Ancora giovane si sposa con Jean-David e con lui si trasferisce prima in Francia e poi in Italia. Attualmente, lavora come traduttrice, tra l'Italia e la Francia.

Eleanor è il suo primo romanzo erotico e narra le avventure, in parte autobiografiche, di una giovane moglie, che a seguito delle pressioni del marito, che ama alla follia, si fa convincere ad avere rapporti orgiastici. La LeJune, nel scrivere il suo romanzo si è posta il problema di come narrare, senza cadere nel trivio e nel volgare, una materia così scottante. Qui di seguito riportiamo la prefazione al suo libro che analizza questo aspetto.

"Mi sono sempre chiesta se romanzi quali Emmanuelle di Emmanuelle ArsanHistoire d’O di Pauline Réage o Therese o gli ippocastani in fiore di José Pierre, fossero da considerare erotici o pornografici.

L’erotismo è uno stato d’animo e muove da una idea personale del desiderio spirituale e fisico di un’altra persona. La pornografia è la descrizione cruda e nuda di atti sessuali. Ma stando a questa distinzione un romanzo quale Emmanuelle sarebbe da considerare pornografico.

Eppure così non è.

Cerchiamo di capire il motivo di questa mia affermazione.

Innanzitutto bisogna dire che l’Arsan evita accuratamente di usare vocaboli volgari. Nei suoi romanzi non troveremo mai la parola cazzo o la parola figaL’Arsan usa le parole membrovergapenevulvavagina, e le usa in un contesto di crescendo erotico.

Ne è esempio questo brano che vi propongo.

Una mano penetrò sotto lo slip di Emmanuelle (leggero e trasparente, come tutti gli indumenti intimi che è solita portare, a dire il vero poco numerosi: un reggicalze, talvolta una sottoveste sotto le gonne larghe, mai reggiseno o bustino, benché nelle boutiques del faubourg Saint-Honoré dove acquista la biancheria si faccia provare, da questa o quella delle commesse bionde, brune, belle, quasi irreali, che si inginocchiano ai suoi piedi scoprendo le loro lunghe gambe, innumerevoli modelli di bustini, di guepières, di mutandine o di cache-sexes, che le loro dita graziose fanno risalire lungo i suoi seni o le sue cosce, e coi quali l'accarezzano, pazientemente, con gesti ripetuti e amorevoli, fino a che gli occhi di Emmanuelle si chiudono ed ella piega dolcemente le ginocchia, posandosi sul suolo coperto di nylon come un velo, aperta, calda, e lasciata all'abilità perfetta e appagante delle mani e delle labbra).” (1)

Ecco con quale eleganza l’Arsan descrive la sua biancheria intima e il piacere che essa trasmette al suo corpo e a chi legge. Poche righe che ci danno subito l’idea di una donna bella e libera, predisposta all’avventura. Ma proseguiamo.

Il corpo di Emmanuelle ricadde nella posizione da cui il suo accenno di resistenza l'aveva momentaneamente distolta.

L'uomo accarezzò col palmo, come si blandisce un purosangue, il suo ventre sodo e piatto, appena sopra al rigonfiamento del pube.

Le sue dita corsero lungo le pieghe dell'inguine, poi al disopra del vello, tracciando gli angoli di un triangolo di cui sembravano stimare l'area.

Lo spigolo inferiore era molto aperto, in una disposizione alquanto rara, benché immortalata dagli scultori greci.

Quando la mano che percorreva il ventre di Emmanuelle fu sazia di proporzioni, forzò le cosce ad aprirsi ancor più per quanto la gonna arrotolata intralciasse i movimenti: esse obbedirono, allargandosi quanto possibile.

La mano prese nel suo incavo il sesso caldo e ricolmo, carezzandolo come per placarlo, senza fretta, con un movimento che seguiva il solco delle labbra, tuffandosi, dapprima leggermente, tra di loro per passare sul clitoride eretto e venire a riposarsi sui fitti riccioli del pube.

Poi, a ogni nuovo passaggio tra le gambe, che, respingendo la gonna, si separavano di più, le dita dell'uomo scesero per partire da più lontano, risalendo ad affondarsi più profondamente tra le umide mucose, rallentando il loro movimento, forse per capriccio, forse per calcolo, come esitando, man mano che la tensione di Emmanuelle cresceva.(1)

Vorrei mettere in risalto l’estrema eleganza con cui viene narrato l’episodio. L’uomo non prende possesso del sesso femminile con la violenza del desiderio, o peggio ancora con lascivia e lussuria.

No, l’uomo percorre il ventre di Emmanuelle in una carezza tesa a scoprire la dolcezza del ventre, la sua elasticità, le sue fini proporzioni.

I suoi gesti sono lenticalcolati, tesi a dare piacere alla donna, un piacere che non sia veloce ed immediato, ma lento e misurato.

Quale poesia, perché anche il sesso può essere poesia, quando l’Arsan scrive: ….e venire a posarsi sui fitti riccioli del pube.

Continuiamo.

Mordendosi le labbra per trattenere il singulto che le saliva dalla gola, le reni arcuate, palpitava dal desiderio dello spasimo cui l'uomo sembrava volesse continuamente avvicinarla senza mai permetterle di raggiungerlo.

Con una sola mano, egli giocava col suo corpo al ritmo e sul tono che voleva, sdegnando i seni e la bocca, non pareva ghiotto né di baciare né di stringere, e rimaneva, in mezzo alla voluttà incompleta che dispensava, noncurante e distratto.

Emmanuelle agitò la testa a destra e a sinistra, si lasciò sfuggire una serie di gemiti soffocati, suoni simili a una preghiera.

I suoi occhi si schiusero e cercarono il volto dell'uomo.

Cominciavano a brillare di lacrime.(1)

Qui, l’estetica del piacere è narrata in modo sublime. Il singulto che sale alla gola, il palpito del desiderio, i gemiti soffocati, le lacrime di riconoscenza per il piacere che riceve sono un inno all’atto di sesso che si sta compiendo. Ancora una volta la poesia del sesso prevale.

Allora, la mano si immobilizzò, continuando a stringere tutta la parte del corpo di Emmanuelle che aveva infiammata.

L'uomo si curvò un po' verso la passeggera e prese, con l'altra mano, una delle sue, attirandola verso di sé e introducendola all'interno del suo vestito.

La aiutò a richiudersi sulla verga rigida e guidò i suoi movimenti, regolando la loro ampiezza e la loro cadenza secondo il suo gusto, rallentando o accelerando secondo il grado della sua eccitazione, finché non fu certo di potersi abbandonare all'intuito e allo zelo di Emmanuelle, permettendole di portare a termine come volesse la manipolazione alla quale ella aveva concesso dapprima uno spirito smarrito e un'infantile docilità, ma che andava a poco a poco perfezionando con una sollecitudine imprevista.” (1)

Anche qui nessuna volgarità. Uno scrittore mediocre avrebbe scritto:

L'uomo si curvò un po' verso la passeggera e prese, con l'altra mano, una delle sue, attirandola verso di sé e introducendola all'interno della patta dei pantaloni.

La aiutò a richiudersi sul cazzo rigido guidando i suoi movimenti sino a quando la sborra non fosse fuoriuscita dai suoi testicoli ripieni.”

Che differenza, vero?

Emmanuelle s'era fatta avanti col busto in modo che il braccio assolvesse meglio il suo compito, e l'uomo, a sua volta, s'accostò di più, affinché ella potesse essere aspersa dallo sperma che sentiva scaturire dal fondo dei suoi testicoli.

Ancora per molto, tuttavia, riuscì a trattenersi, mentre le dita serrate di Emmanuelle salivano e scendevano, meno timide via via che la carezza si prolungava, senza più limitarsi ad un elementare va-e-vieni, ma socchiudendosi, improvvisamente esperte, per scivolare lungo la grossa vena rigonfia, sulla curva della verga, tuffandosi (graffiando impercettibilmente la pelle con le loro unghie limate) il più basso possibile, tanto vicine ai testicoli quanto lo permetteva la strettezza dei pantaloni, e poi risalendo, con un movimento lascivo, finché le pieghe di mobile pelle nel cavo del palmo umido non avessero ricoperto la punta del membro, che le sembrava di non poter mai raggiungere tanto questo si tendeva crescendo.

Di lì, stringendo di nuovo con forza, la mano ripartiva verso il basso dell'asta, tendendo il prepuzio, volta a volta strangolando la carne tumescente o allentando la stretta, sfiorando appena la mucosa o molestandola, massaggiando con grandi movimenti del polso oppure tormentando con brevi colpi senza pietà...

Il glande, raddoppiato di volume, si infuocava e sembrava ad ogni istante sempre più prossimo a esplodere.

Emmanuelle ricevette con una strana esaltazione, lungo le braccia, sul ventre nudo, sul seno, sulla bocca, nei capelli, i lunghi zampilli bianchi e odoranti che il membro infine soddisfatto riversava.

Sembrava non dovessero mai esaurirsi.

Credeva di sentirseli colare nella gola, credeva di berli...

Una ignota ebbrezza la possedeva.

Un piacere senza pudore. Quando lasciò ricadere il braccio, l'uomo strinse con la punta delle dita il clitoride di Emmanuelle e la fece godere.” (1)

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che una particolareggiata descrizione di una manipolazione del sesso maschile è pornografia, e ciò potrebbe anche essere vero, ma Emmanuelle ribalta la situazione quando parla dell’esaltazione che le comunica il seme maschile quando lo riceve sul proprio corpo in lunghi zampilli bianchi e odoranti.

Qui siamo nell’erotismo più profondo. La donna gode con il corpo e il cervello. Ella accresce il suo piacere con la fantasia. Non tutte le donne godono con il cervello. Ne conosco molte a cui lo sperma maschile fa schifo e lo ritengono aspro e maleodorante. Lo stesso vale per tutti quegli uomini a cui fa disgusto usare la lingua per far godere la propria donna.

Ecco, sta proprio in ciò la differenza tra un volgare atto sessuale teso solo a placare un impellente bisogno fisico ed uno teso a creare quella che io definisco la poesia e l’estetica del coito.

Scrive Graziano Benelli nel suo saggio Emmanuelle e i figli suoi con riguardo al gergo della parola:

Il ritorno della parola rimossa corrisponde dunque, nel nostro caso, all'inserimento del gergo erotico nella letteratura di massa, alla presenza della parola «volgare» nel romanzo. Bisogna però considerare che il gergo è, in molti casi, difficilmente accertabile, poiché varia a seconda dei parlanti e delle loro abitudini. Non solo, ma (ancora più spesso) la parola del gergo nasce, specialmente nel campo erotico, da una metafora, la quale col trascorrere del tempo si scolorisce sempre più, per diventare parola autonoma. Così abbiamo metafore non più riconoscibili dal fruitore (metafore spente), altre in via di estinzione, altre ancora di recente creazione e dunque facilmente avvertibili; si tratta comunque sempre di figure, e come tali dovranno essere considerate. Ciò che interessa ai nostri fini, è riconoscere le metafore create dal Potere rispetto a quelle forgiate dai dominati, per stabilire in che misura si ha, nel porno-romanzo, il ritorno della parola proibita. Operazione non sempre agevole questa, specialmente quando ci si trova di fronte a metafore nuove, ancora prive di una collocazione sociale; nell'insieme però è possibile arrivare a distinguere con sufficiente certezza il lessico dominante da quello «volgare», poiché nell'uno e nell'altro campo vi sono parole-chiave, il cui valore è indiscutibile. Queste parole-chiave, usate con una certa frequenza e soprattutto con un certo compiacimento (paragonabile a quello dell'esibizionista), coinvolgono, tingendo della loro connotazione, anche quei vocaboli che, per vari motivi, non si sono ancora prestati a essere «volgarizzati », metaforizzati (per cui il porno-romanzo è costretto sovente a pescare nel lessico dominante per mancanza di segni alternativi). Passando al confronto del lessico erotico reperito nei nostri due romanzi, è possibile affermare con sicurezza che in Emmanuelle il gergo è totalmente assente; non solo, ma spesso l'autore potendo giocare (sempre all'interno del lessico dominante) su due o più termini, predilige quello meno forte, quello meno carico di significato scandalistico” (4)

Graziano Benelli mette in risalto come l’Arsan si propone nei suoi romanzi di usare un tono perbenista: si può parlare di tutto, purché lo si faccia coi vocaboli designati dal Potere.

Personalmente, pur riconoscendo che ciò che scrive Benelli è parzialmente vero, ciò che non condivido è il fatto che lui attribuisce all’autrice di Emmanuelle una volontà di compiacere il potere mentre a mio avviso l’uso sapiente dei vocaboli è una precisa volontà di non cascare nel volgare.

Questo carattere «puritano» si manifesta maggiormente là dove si parla del sesso maschile, poiché quest'ultimo possiede, nella lingua francese, un numero di metafore superiore a quello del sesso femminile. In Emmanuelle non solo vengono ignorati i vocaboli appartenenti al gergo, ma anche facili e innocue metafore come feve e mât, il sesso maschile è designato quasi soltanto con gli specialistici termini membre, pénis, phallus, verge” (4)

Da notare che nella letteratura francese erotica, sino ad allora, si erano usati vocaboli come: chinois, cylindre, dard, engin, hache, mèche, sabre, tige, tison, tringle e quelli ancora più volgari di: queue, pine e bitte.

Per Benelli è che sul romanzo erotico, che non vuol essere classificato porno, “pesa parte di quella contraddizione che abbiamo visto essere del romanzo erotico; per poter diventare (relativamente) di massa, il porno-romanzo ha dovuto far i conti col perbenismo del Potere e con quello (magari inconscio) di molta parte dei fruitori; ha dovuto insomma confondere le proprie carte e stare al gioco.” (4)

Ancora una volta non mi trova d’accordo. L’Arsan ha voluto cantare le gioie del sesso in una società cattolica e perbenista che vuol far passare il piacere per peccato. Vuole avvelenare ciò che c’è di più bello al mondo: la compenetrazione delle anime nel rapporto fisico. Che duri un attimo o una vita l’incontro di due esseri è sempre amore se l’atto sessuale viene vissuto intensamente con il cervello e i sensi.

All’inizio ho citato altri due romanzi. Di Histoire d’O ho poco da dire. Se si esclude l’inizio del romanzo che ha una sua atmosfera sensuale ed anche romantica, il resto è tutto da condannare. L’amore è piacere e non dolore.

Così:

Un giorno l'amante porta O a fare una passeggiata in un quartiere dove non vanno mai, il parco Montsouris, il parco Monceau. A un angolo del parco, all'inizio di una via dove non stazionano mai tassì, dopo aver passeggiato nel parco ed essersi seduti fianco a fianco sul ciglio di un prato, notano un'automobile col tassametro, che assomiglia a un tassi. "Sali," lui dice. Lei sale. Si sta facendo sera, ed è autunno. Lei è vestita come sempre: scarpe coi tacchi alti, un abito dalla gonna pieghettata, una camicetta di seta, e niente cappello. Ma lunghi guanti che inguainano le maniche dell'abito, e nella borsetta di cuoio porta i documenti, la cipria e il rossetto. Il tassì parte lentamente, senza che l'uomo abbia detto una parola al conducente. Ma egli abbassa, a destra e a sinistra, le tendine scorrevoli sui finestrini e sul lunotto posteriore. Lei si sfila i guanti, pensando che voglia baciarla o voglia che lo accarezzi. Ma lui dice: "Sei scomoda, dammi la borsa.” Lei gliela porge, lui la colloca fuori dalla sua portata, e aggiunge: "Sei anche troppo vestita. Slacciati i reggicalze, arrotolati le calze fin sopra le ginocchia: eccoti le giarrettiere." Ha qualche difficoltà, il tassi va più forte, lei teme che il conducente possa voltarsi. Alla fine, le calze sono arrotolate, e lei è imbarazzata di sentire le proprie gambe nude e libere sotto la seta della sottoveste. Inoltre, i reggicalze slacciati scivolano in basso. "Slacciati la cintura," egli dice, "e togliti le mutandine." Questo è facile, basta passarsi le mani dietro la schiena e sollevarsi un po'. Egli prende dalle sue mani la cintura e le mutandine, apre la borsetta e ve le rinchiude, poi dice: "Non devi star seduta sulla sottoveste e sulla gonna, devi sollevarle e sederti direttamente sul sedile." Il sedile è in finta pelle, scivoloso e freddo, mette i brividi sentirselo aderire alle cosce. Poi lui le dice: "Adesso rimettiti i guanti." Il tassì continua a correre, e lei non osa domandare perché René non si muove, e non dice più nulla, né quale significato può avere per lui il fatto che lei sia li immobile e muta, cosi denudata e cosi offerta, cosi ben inguantata, in un'automobile nera di cui non sa dove va. Egli non le ha ordinato né proibito nulla, ma lei non osa né incrociare le gambe né avvicinare le ginocchia. Tiene le due mani inguantate appoggiate ai due lati del sedile.

"Ci siamo," egli dice all'improvviso. Ci siamo: il tassi si ferma in un bel viale, sotto un albero — sono platani — davanti a una specie di villetta che s'intravvede fra il cortile e il giardino, come le villette del Faubourg Saint-Germain. I lampioni sono a una certa distanza, è ancora buio all'interno dell'automobile, e fuori piove. "Non muoverti," dice René. "Non muoverti minimamente. " Allunga la mano verso il colletto della sua camicetta, disfa il nodo, poi la sbottona. Lei inclina leggermente il busto, pensa che lui voglia accarezzarle i seni. No. La tocca soltanto per afferrare e tagliare con un temperino le bretelle del reggiseno, che le toglie. Ora, sotto la camicetta, che lui ha sbottonato, ha i seni liberi e nudi come ha nudi e liberi la schiena e il ventre, dalla vita ai ginocchi.

"Ascolta," egli dice. "Ora sei pronta. Io ti lascio. Tu scendi e vai a suonare alla porta. Segui chi ti aprirà, fa' qualsiasi cosa ti verrà ordinata. Se non entrerai immediatamente, ti costringeranno ad ubbidire. La tua borsetta? No, non hai più bisogno della tua borsetta. Sei soltanto la ragazza che io procuro. Si, sì, io ci sarò. Va'." (2)

Indubbiamente trabocca di erotismo. Un inizio fulminante che se istradato verso un argomento diverso sarebbe potuto diventare un capolavoro. Comunque il romanzo ha avuto un indiscutibile successoampliato dal film che ne è seguito ed interpretato magistralmente da Corinne Clery che ha saputo dare il giusto volto alla protagonista: un volto imbronciato e ribelle, che affronta il dolore con dignità ed amore, e che nessuna delle torture che subisce riesce a piegare.

Diverso è il tono di Therese o gli ippocastani in fiore di José Pierre. Scritto in prima persona da un giovane che narra le avventure di Thérèse, una giovane e affascinante creatura, capace di accendere inarrestabili passioni ma soprattutto di accentrare su di sé ogni interesse.

Per dirla con la quarta di copertina: “E il racconto si presenta senza perifrasi, senza velature, come una sorta di "educazione" al piacere, con una progressione che tende all'esaurimento di ogni risorsa erotica implicita nel corpo umano. Quella promossa da Thérèse  è una progressione razionale, lucida, controllata, perfino pacata; è un progetto in cui nessun particolare viene trascurato, con scrupolosità scientifica (o religiosa?), che porterà inevitabilmente ad accoppiamenti "insoliti" e "perversi". Ma se da un lato tutto ci appare come una sublimazione dell'atto, dall'altro, la stessa moltiplicazione del piacere, in ogni senso, finisce per ribaltare il rapporto di credibilità. Il troppo grande, l'eccesso, annulla la dimensione delle cose. Nel ricordo di Jarry, questa Thérèse si potrebbe definire il complemento del supermaschio, la superfemmina; ma dove in Jarry il sesso rappresenta una scommessa con la vita e assume il contenuto di un exploit, in questo percorso di Pierre perde ogni mitica connotazione e si tinge di umori iperreali. Tutti si accaniscono su colei che è come il primo ippocastano in fiore, dice un verso di Benjamin Péret. Il fiore dell'ippocastano è un'immagine di carne e di sensi. Ma chi è questo ippocastano in fiore, questa creatura che lo evoca e lo incarna? Escludiamo subito l'ipotesi che questa Thérèse, anima e fulcro del racconto, sia una parente prossima o lontana di qualche ambigua eroina dell'erotismo internazionale tipo Emmanuelle, e guardiamo semmai più indietro (ma metaforicamente più avanti), tra i risvolti di una tradizione erotica che la letteratura francese ha coltivato per secoli (da Sade a certo Balzac, a certo Apollinare...), con esiti spesso altissimi, al limite del capolavoro proprio sul piano letterario. È qui che nasce Thérèse, in questa tradizione mondana e disinibita, filtrata attraverso l'ottica e l'esperienza surrealista, che finisce per confezionare un modello di erotismo in cui l'intelligenza e l'ironia esorcizzano qualsiasi sospetto di volgarità.” (3)

Indubbiamente un bel romanzo erotico, ma molto inferiore ad Emmanuelle. Qui il gergo è molto più volgare e porta il romanzo al limite del pornografico.

Va distinto l'erotismo dalla pornografia: nell'erotismo infatti è importante e rilevante la presenza di un vissuto emotivo (cosa che si riscontra in Emmanuelle alla ricerca di una felicità che trova nel donarsi al mondo), laddove la pornografia (Thérèse è alla ricerca del suo piacere, del suo esclusivo piacere) si caratterizza per la netta separazione fra la sessualità, esibita nella sua crudezza, e il sentimento amoroso, che ne è per lo più escluso.

Nel 2001 sulla scena del romanzo erotico si presenta Eleanor LeJune. Allora ventenne la scrittrice ci presenta un romanzo dal carattere autobiografico “Eleanor”. Ella stessa, in un’intervista concessa sul sito web “Letteratura e Stile” non più attivo, confessa di aver vissuto parte delle avventure che narra. Ed ammette di provenire come stile di scrittura dalla scuola di Emmanuelle Arsan, verso cui ha un’ammirazione franca ed aperta.

Eleanor narra la storia di una giovanissima moglie che spinta dall’amore del marito cede ai suoi desideri che sono quelli di possedere la moglie insieme ad un altro uomo od ad un’altra coppia. Così possiamo assistere all’incontro di Eleanor con Jean-David (il marito) e Alain, il suo più caro amico. Segue poi una coppia Mark e Claudine. Ed infine l’ammissione di Eleanor ad un Club che in realtà è un bordello di lusso.

Detto così sembra proprio un romanzo pornografico, ma quando lo si va a leggere ci si accorge dello spessore del romanzo che, sebbene erotico, scava nell’anima di Eleanor, un’anima vergine ed incontaminata, che, titubante all’inizio a vivere le avventure che il marito le propone, si accorge poi che l’amore è qualcosa di più della normale vita coniugale.

Le prime ore del mattino, Eleanor le trascorre nello studio di Jean-David. Di là, il suo sguardo spazia sul giardino di rose che circonda la villa. Quando la brezza estiva passa tra gli alberi, penetrando dalla porta aperta, un sottile, intenso profumo di rose si spande nella stanza.

Si sorprende a pensare che la luce degli specchi e dei damaschi le piace più che la luce del sole e delle acque; la poesia di quelle stanze, destinate ad un’ignota vita, la commuove più che la poesia del bosco coi suoi decrepiti ippocastani e le elci malinconiche.

Spesso, sdraiata per lunghe ore sopra l’immenso divano dorato, la testa reclinata sul guanciale a ricami, i piedi poggiati sulla seta dei cuscini, si smarrisce di sogno in sogno.

La brunita levigatezza dei tessuti ha per lei misteriose voluttà, i delicati cammei, che ingombrano i tavolini, inestimabili ed arcane significazioni; ognuno di essi non può che occupare quel posto, ognuno di essi è necessario, come la lama di sole che, dalla porta socchiusa dell’atrio, dilaga nella prima stanza e spinge riflessi nella seconda, riempiendola di una semiluce d’ipogeo.

Le sete e le stoffe lamellate d’oro acquistano una smorta vita e tutti i colori incupiti ricordano l’ora indecisa, fra tramonto e notte, nella quale soltanto il bianco e le tinte chiarissime mantengono un rilievo.

Nella semioscurità, gli specchi vuoti la riproducono all’infinito, spingendola per una fila senza fine di grandi sale verso il salone fatato, al quale le utopie della sua fantasia cercano inutilmente una porta aperta.

Ha le gote accese, l'abito le lascia scoperto il seno e le lunghe gambe ed Ella s'incanta come un poeta dinanzi all'aurora del suo corpo.

Una sottile seduzione, un profumo di giovane donna esala da quella struttura tenera, ma dai contorni scattanti e le finezze audaci. Sorride nella penombra, cogli occhi socchiusi, e quella penombra che la ingrandisce, le rende un sogno per un altro.”

Indubbiamente un inizio accattivante e romantico. Un lettore alla ricerca di emozioni forti ed immediate abbandonerebbe subito la lettura, ma il lettore smaliziato va avanti ed anzi, si compiace che il romanzo non scada in inutili volgarità.

Ma vediamo come viene vissuto l’incontro con Alain. Proponiamo alcuni brani.

Un rumore di passi sulla pietra, lo scricchiolio di una porta, sono come un segnale atteso. Pensa che ha giusto il tempo di fare una doccia e di prepararsi.

La toilette le richiede un certo impegno. Non sa come vestirsi. In modo audace o semplice? O deve addirittura farsi trovare nuda. Questo pensiero la diverte e, al tempo stesso, la fa inorridire.

Decide per un vestito classico e per una lingerie audace. Quella che decide di indossare non stringe ma abbraccia; si fa carezzevole, sfiora le parti morbide come dita gentili. E’ liscia come la pelle che ricopre. Non indossa reggiseno e mutandine.”

e poi

Nel porgere un bicchiere di cognac, per un attimo china leggermente il capo e il dolce profumo dei suoi capelli sale alle narici di Alain; la superba loro bellezza sfiora quasi le sue labbra. Mentre si allontana, l’uomo ha l’impressione di udire il fruscio del tessuto della stretta gonna contro il vello del sesso.”

Bellissimo quel ha l’impressione di udire il fruscio del tessuto della stretta gonna contro il vello del sesso.

Trabocca di erotismo. Come pure traboccano di erotismo le scene più audaci:

All'improvviso alzano le mani di Eleanor, le baciano e poi le chiudono a coppa sui loro sessi turgidi.

Non si sono spogliati, hanno denudato solo il sesso. Il toccare le verghe nude le dà una sensazione di languore struggente che le serra la gola.

Sospira, come se tutta la vita le fosse stata data in custodia. Massaggia lievemente i prepuzi inumiditi. E’ una lieve carezza.

Incantati da tanta grazia, alzano il capo e spiano lungamente il suo volto, silenziosi, con una sempre crescente comprensione dello stato d’animo della donna, dei sentimenti che suscita in loro, del destino e del significato del loro amore reciproco.

Com'è radioso quel viso! Com'è illuminato di tenerezza, d'accettazione, di rispetto!

Il timore e la brama, la selvaggia torbida fierezza che vi hanno scorto poco prima, durante il colloquio, sono scomparse. Vi brilla l'estasi, ma con una chiara luce tranquilla.

L’attirano a loro. Il profumo che emana da Eleanor, mescolato a quelli della notte, li avvolge come una nube.”

Poesia, come ho già detto, pura poesia. Poesia che si riscontra anche nei passi più audaci:

Nel momento stesso che avverte nuovamente il fallo dell'uomo tra le labbra della sua vagina, qualcosa di forte balena prodigiosamente in lei: una scintilla luminosa che s’ingrandisce e cresce e splende, ed Eleanor avverte che il suo corpo si liquefa, fondendosi con quell'ardore luminoso che continua a crescere, sino a quando tutto il suo corpo non ne è soffuso, non pulsa del suo calore, e l'ultima ritrosa cappa del suo pudore si scioglie, scacciata irresistibilmente da quella fiamma calda e viva.

Nel silenzio della stanza, il lamento di lei si diffonde sottile e disperato. Incapace di resistere si sente mossa da correnti che non ha mai conosciuto in passato, si sente portare ad un parossismo estremo, dal quale ricade gemendo e piangendo senza parole.”

In breve, un gran bel romanzo che ci auguriamo possa avere lo stesso successo di Emmanuelle e di Histoire d’O.

 


Note all’introduzione

(1) - brani di Emmanuelle sono tratti da Emmanuelle di Emmanuelle Arsan – Olympia Press Italia – 1975.

(2) - I brani di Histoire d’O sono tratti da Storia di O di Pauline Réage – Bompiani – 1971.

(3) - I brani di Thérèse o gli ippocastani in fiore sono tratti da Thérèse o gli ippocastani in fiore di José Pierre – Bompiani – 1979.

(4) - I brani di Emmanuelle e i figli suoi di Graziano Benelli sono tratti da Erotologia – Lectures 7 e 8 – Dedalo Libri – 1981

Eleanor





Un giorno Eleanor, moglie felice e fedele di Jean-David, riceve dal marito una sconvolgente proposta:

"Il giorno prima Jean-David l’ha chiamata e fatta sedere ai suoi piedi, pregandola di non interrompere quanto le doveva comunicare. E nella luce soffusa del soggiorno, dopo qualche minuto di silenzio, aveva cominciato a parlare di Alain. E tanta era dolce la sua voce che una melodia appassionata si era diffusa nell’ombra avvolgendo di malia la sua anima estatica. In un primo momento la meraviglia era stata superiore ad ogni altra sensazione; poi, quelle parole lente, sinuose, vellutate, le avevano dato i brividi, saturandola di una voluttà così nuova e sconosciuta che se ne era sentita tremare il cuore. Le era parso che una forza misteriosa la sollevasse e la trascinasse nelle onde di quei pensieri, attraverso un'atmosfera ricolma di delizie. Era rapita. Gli occhi avevano cercato nell'ombra gli occhi vaganti del marito, le mani si erano tese ad un tratto alla ricerca del suo sesso per ricadere subito inerti, le labbra avevano tentato di emettere suoni ma si erano richiuse inutili e mute. Si era sentita tutta spirito, tolta per prodigio ad ogni necessità carnale, in una sfera di irrealtà, in un mondo di commozioni profonde. Quello che inconsciamente, forse, aveva desiderato per anni, l’impudenza che le si chiedeva, ora si concretizzava."

"Come prima esperienza Jean-David ha scelto un suo lontano amico. Eleanor non lo conosce e si chiede come, in realtà, sarà quest'uomo? In tutto il tempo in cui Jean-David ha messo a punto il programma dei loro piaceri, non si è preoccupata di richiamare alla mente un viso o un corpo. Si sforza, ora tardivamente, di ricostruirli, di immaginare quale aspetto avrà lo sconosciuto e se entrando in lei e uscendo e entrando di nuovo, duro, lungo, godrà del fondo della sua vagina stretta, umida, calda, muscolosa, attiva, ma soprattutto se riuscirà a procurarle un piacere senza eguali."

Eleanor accetta. E il giorno tanto temuto arriva.

"Eleanor da perfetta padrona di casa fa accomodare i due uomini nello studio di Jean-David, su un soffice divano. Nel porgere un bicchiere di cognac, per un attimo china leggermente il capo e il dolce profumo dei suoi capelli sale alle narici di Alain. La superba loro bellezza sfiora quasi le sue labbra. Mentre si allontana, l’uomo ha l’impressione di udire il fruscio del tessuto della stretta gonna contro il vello del sesso. Eleanor va a sedersi su una poltrona che fronteggia i due uomini. Essi possono così intravedere, nella losanga del reggicalze e delle pieghe dell'inguine il rilievo del pube in un gioco cangiante di colori: nero, ocra e rosa. Eleanor non dubita che i due uomini siano rimasti più scossi dal rigonfio delle sue labbra che dalle sue gambe, per quanto pienamente e sensualmente le mostri."

"La gonna, leggermente rialzata, mostra le gambe stupende, inguainate nelle calze fluenti e sottili da sembrare viva pelle. Poterle soltanto toccare, intiepidite dalla contiguità con quella carne cui aderiscono senza la minima increspatura. Ah, se lei vi acconsentisse. Se lo tollerasse. Se lo volesse. Il turgore dei loro sessi è ora evidente. Ed Ella si sente una regina, con quegli uomini che ha incantato; sa di avere un corpo dolce e perfetto, ove alberga una forza che non ha mai osato chiamare sensualità, ed ora si rifiuta di definirla per non sminuirla."

"La bellezza dei due uomini la colpisce dal basso. Ha sempre pensato che l’amore fosse un fatto di cuore, ma si sbagliava. Esiste il desiderio. Il desiderio fisico, cui donare dolcezza e tenerezza, l’amore dell’attimo fuggente."

"All'improvviso alzano le mani di Eleanor, le baciano e poi le chiudono a coppa sui loro sessi turgidi. Non si sono spogliati, hanno denudato solo il sesso. Il toccare le verghe nude le dà una sensazione di languore struggente che le serra la gola. Sospira, come se tutta la vita le fosse stata data in custodia. Massaggia lievemente i prepuzi inumiditi. E’ una lieve carezza. Incantati da tanta grazia, alzano il capo e spiano lungamente il suo volto, silenziosi, con una sempre crescente comprensione dello stato d’animo della donna, dei sentimenti che suscita in loro, del destino e del significato del loro amore reciproco."

Ed è con imbarazzo che si fa possedere contemporaneamente dai due uomini.

"Quando Alain si stacca da lei, è la volta di Jean-David. Il suo sesso, umido per l'orgasmo e per il seme più volte ricevuto, si apre docilmente e l'uomo penetra con facilità e rapidità. Jean-David senza uscire da lei rovescia la posizione ed Eleanor si ritrova sopra di lui. Alain ha modo di pensare che mai come in quel momento ha desiderato il corpo di una donna, né mai, prima, ne ha visto uno di più bello: ha i capelli sciolti sulle spalle, la schiena morbida, le natiche bianche solcate da un’ombra che continuamente sfugge, le gambe lunghe e flessuose che avvolgono il corpo nervoso e agile dell'uomo sotto di lei, e la testa rovesciata un po’ indietro come in una posizione d’oblio. Alain, ammaliato da quello spettacolo, comincia a penetrarla di dietro. Senza nessuno sforzo della volontà Eleanor divarica al massimo le gambe per permettere al membro di forzarle il foro più stretto. Lenti e carezzevoli sono i rintocchi dei testicoli sull'apertura delle natiche. I suoi tessuti accolgono i due uomini in una voluttà soffusa di dolore e piacere. Le sue carni si dilatano. Le mani di Alain fanno presa sul suo seno, che comincia a dolerle. Per lunghi attimi i suoi sensi si dividono tra piacere intenso e dolore acuto."

Alla fine di quella avventura, Eleanor, pur con rimpianto, decide di non vedere più Alain, per non mettere in crisi il proprio matrimonio.

"Nella sua mente continuano a non esserci dubbi: quell'avventura è pazzesca. Va benissimo che il suo intimo io le rammenti, venti volte al giorno, che l'avrebbe rivissuta volentieri... e quindi perché preoccuparsi? No, se ne rende conto, in futuro non sarebbe riuscita a sopportare l'esame di una riflessione assennata. E mentre se ne sta là, sotto il chiaro di luna estivo, la sorprende la contraddittoria rivelazione del suo moderno senso di opportunismo e il suo antiquato livello di buona fede che l’hanno portata a quell’irresistibile desiderio di mettersi in viaggio per una crociera nell'ignoto. E sarà essenziale per l'avventura che Alain mantenga la promessa e non cerchi di rivederla."

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Mark e Claudine



Mark e Claudine è il seguito del romanzo Eleanor di Eleanor LeJune. Dopo l'esperienza a tre, Jean-David, il marito di Eleanor, le propone un rapporto a quattro con una giovane coppia di sposi, Mark e Claudine, i quali, peraltro, sono già avvezzi a questa esperienza. Con il suo solito stile la LeJune narra di questo incontro.

Qui di seguito un brano

"Quando le due donne, che hanno deciso di agire all’unisono, cominciano a carezzare loro il collo, le spalle e la schiena, le verghe si induriscono sino allo spasimo. Le labbra di Eleanor e Claudine si piegano in un sorriso di trionfo; poi ridono sommessamente e si scostano un poco, abbassando lo sguardo, ad ammirare i falli. Infine, li accarezzano dolcemente. Lenti, piccoli tocchi gentili sulle cosce, sul pelo pubico, sullo stomaco. Cosi lenti. Cosi facili. Gli uomini chiudono gli occhi e sospirano. Passano la bocca sui seni. Li trovano semplicemente paradisiaci. Allegramente se lo comunicano. Piace loro la morbidezza del capezzolo e la seta dell’epidermide. Succhiano. Aspirano l’odore della pelle e gemono leggermente. C’è, nell’aria, un lieve profumo di lavanda. Passano la mano tra le cosce delle donne, dove sono meravigliosamente calde e umide. Si lasciano andare alla deriva: possono schiuderle con le dita, come i petali d’un fiore. Desiderano tanto entrare in loro. Mordono i loro ventri bambini, le allontanano da loro quanto è sufficiente a infilare la testa tra le loro cosce dorate e brucianti, infilano la lingua nella vulva e leccano con gioia disperata. Esplorano la vagina con insinuante dolcezza. Cercano la clitoride e la sentono sbocciare al sommo del solco. La titillano sino a quando, vinte, le due donne sussultano ripetutamente abbandonandosi ad un piacere tante volte sognato. Infine, sull’accordo dell’ultimo sussulto, le penetrano."


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Il Club



Seguono con questo romanzo le avventure di Eleanorstoria di una giovanissima moglie che spinta dall’amore del marito cede ai suoi desideri che sono quelli di possedere la moglie insieme ad un altro uomo, ad un’altra coppia, per poi spingerla a prostituirsi in un bordello di lusso.

Qui di seguito riportiamo alcuni brani.

Il Club è quanto di più bello Eleanor abbia mai visto. E’ situato in una posizione stupenda, circondato da un parco chiuso tra un fiume e un bo­sco. All’ingresso fanno mostra di se due simmetrici giardini all'italiana, ben disegnati e curati alla perfezione.

Affascinata sosta un attimo sulla soglia, guardando dapprima i giardini e il verde prato che scende fino al fiume, poi le morbide colline più in alto. Il bosco sale aprendosi lungo il monte. E’ qua e là fitto d’ombra, con larghi spiazzi e termina su di un poggio, da dove, ella sa, si scorge lontano il lago e la valle, verde e soleggiata.

 E’ titubante ad entrare, ma poi vince la propria paura.

A quell'ora, non ancora tarda, il Club è vuoto. La riceve un anziano signore, distinto, che si congratula della sua bellezza. Il suo nome è Mistral de la Sena.

- La prego, si accomodi, - le dice, indicandole due alte sedie di vimini accanto a un tavolino, anch'esso di vimi­ni, preparato almeno parzialmente per il tè. Dei dolci dall'a­spetto prelibato sono poggiati su piatti di porcellana bianca bordati da disegni irreali e decorati con motivi floreali. Vi sono piattini e teiera dello stesso disegno, ma non si vedono tazze.




Un dubbio atroce si insinua nella sua mente: forse ha sbagliato a voler vivere quella avventura.

Boccheggiante, in quel momento terribile, Eleanor cerca di ricordare che cosa si sia messa sotto quel mattino, e poi ricorda e rabbrividisce. Ha infilato un paio delle sue mutandine più sexy, quelle di seta nera, trasparenti, larghe si e no cinque centimetri, che salgono fino alla fascia sottile agganciata bassa su entrambi i fianchi.

Sono le mutandine più esigue che possiede, le coprono a malapena i peli pubici e la vulva, ed è il meno che si possa portare prima di essere completamente nuda, così da dare alla gonne una linea liscia, ininterrotta. Ma quelle mutandine, ora, le fanno rabbia. E’ contrariata al pensiero di eccitare quel vecchio e suo figlio. E si rende conto all'istante di aver ragione. Vede gli occhi socchiusi di loro balenare mentre la fissano tra le gambe.

Poi sente il pene del vecchio irrigidirsi contro la coscia.

- Dei dell’Olimpo, - dice il vecchio, lacerando con una mano le mutandine trasparenti, individuando dapprima un gancetto, poi l'altro, strappando via la striscia di seta sul davanti e lasciandola nuda.

La contempla con un’impudicizia interminabile. La guarda meglio, più da vicino, ed emette sospiri mentre contempla la larga chiazza di peli pubici e le labbra rosee della vulva. Le tasta i seni. Ha le mani umide ed odora di acqua di colonia e di sudore.


Più la studia, più Heinrich si convince che quei silenzi e quegli impacci, quei rossori e quei sorrisi lu­minosi, insieme a quella sua particolare sensazione dimessa e at­tenta di quiete, un minuto dopo l'altro, stanno rivelando un'immagine discreta e inconsueta di bellezza alla quale è difficile sfuggire.

Nell’introdurre la verga tra le labbra morbide, un rossore violento le sale sul viso quando i loro occhi si incontrano ed egli prova un nodo complicato d'ap­prensione e come di debolezza, per cui deve distogliere lo sguardo.

Adesso nella stanza non si ode altro che il risucchio delle labbra. Trascorrono secondi che sembrano interminabili, poi Eleanor, si sfila il pene dalla bocca e chiuden­do gli occhi e mostrando tutta intera la sua volontà d'abbando­narsi, piega il viso dolcemente da una parte verso il viso di Heinrich, aspetta solo qualche istante e si accosta alle sue labbra.

Heinrich respira a pieni polmoni il profumo di quelle giovani e fresche labbra: co­me è facile lasciarsi sedurre, pensa distrattamente tra sé e sé. E si domanda la ragione di questa colpevole attrazione.

Vorrebbe scrollarsi di dosso tutti questi pensieri confusi che gli stanno attraversando la mente e non ci riesce, cosi scuote per un attimo gli occhi e la testa, senza farsi vedere, e allontanandola leggermente da se torna a guardarla.

Eleanor non ha nulla in comune con questa inquietudine: è assorta, serena, felice, ha i denti candidi tra le labbra dischiuse che le brillano nel sorriso, gli occhi verdi e calmi nei quali sembra che la luce debba annegare e, sorprendentemente, le ma­ni impegnate col sesso del fratello.

Nel penetrarla i giovani la sostengono. L’operazione non è facile. Una volta che è riuscita ad inghiottire nell’ano, nella vulva e nella bocca i primi tre membri, si può flettere come un arco e comincia a carezzare con entrambe le mani, parallelamente, i due membri orfani. 

La verga che le penetra la vulva ha un ritmo sapiente ed il giovane fa in modo che l’asta le sfreghi il clitoride. Onde pazzesche di felicità la riempiono come un’impetuosa marea.

Il membro che la penetra nell’orifizio più stretto, fortunatamente per lei, non è molto voluminoso in quanto i colpi che le assesta sono disordinati e non trovano un ritmo adeguato ai colpi dell’altro.

Deve riconoscere la loro inesperienza. Uomini addestrati a quella pratica avrebbero coordinato i loro movimenti in modo tale che all’affondo dell’uno sarebbe corrisposto il lascito dell’altro. Così non è, purtroppo.

Vorrebbe lamentarsene, ma la verga di Alain che le riempie la bocca sino alla gola è implacabile al pari degli altri. Non si lascia lavorare, percuote il palato come se fosse nella sua vulva. A volte le sembra di soffocare. Masturba gli altri due come può.


Attimi, poi corre incontro a Jean-David. Lo bacia, e nel bacio il giovane avverte il sapore dello sperma. Alla sua perplessità confessa, ridendo, di aver fatto l’amore con Mistral.

- Lo amo come amerei un padre.

Jean-David tace. Si ritrae dal bacio e la guarda con esitazione. Non hanno mai parlato di quell’aspetto del problema che si affaccia per la prima volta. Ma Eleanor lo rassicura. Fuori dal Club gli sarà fedele. Purché, e ride gioiosamente, Jean-David le prometta di gioire in lei non meno di tre volte il giorno.

- Perché tre volte?, - chiede.

- Perché ho tre orifizi, - risponde seria Eleanor.

Jean-David guarda la fanciulla: un tremito d'ombre le si muo­ve sul viso mentre ella osserva pensosa il suo giovane amore: la voce si è fatta grave. Le labbra socchiuse esprimono un caldo senso d'attesa ed è bella, così indicibil­mente bella e attraente che un fremito percorre Jean-David. Egli è avvolto allora da un'ondata di gioia, e sente che il suo spirito si è liberato da ogni costrizione, capace ormai di abbracciare il mondo intero.


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Monique e Isabelle



Monique e Isabelle è rifacimento, in chiave erotica, del romanzo Roberta di Luciano Zuccoli, scritto nel lontano 1897.

La trama originale di Roberta è questa: sulla riviera ligure due sorelle stanno trascorrendo le loro vacanze. Roberta ed Emilia. Roberta è ammalata di epilessia ed ha paura di morire da un momento all’altro. Nella loro vita si intrufola il dottor Luca Lascaris, che si innamora di Emilia, pur provando una segreta attrazione per Roberta. L’egoismo del suo amore lo porta ad incoraggiare Emilia a lasciare Roberta in modo che possa sposarlo. A risolvere il suo problema sarà la morte di Roberta.

Eleanor LeJune, pur seguendo le linee tracciate da Luciano Zuccoli, rivoluziona il suo romanzo. Roberta ed Emilia si trasformano in due cognate di nome Isabelle e Monique, di nazionalità franceseMonique è da poco diventata vedova e con sua cognata, la sorella giovane del suo povero marito, trascorre le vacanze estive sulla riviera ligureIsabelle crede di essere ammalata di un male incurabile e per questo Monique le prodiga tutte le sue cure. Tra le due cognate corre un legame che và al di là della parentela. Infatti, anche se non lo vogliono ammettere a loro stesse, sono innamorate l’una dell’altra.

Improvvisamente nella loro vita entra il dottor Luca Lascaris che si innamora di Monique, pur provando una forte attrazione per Isabelle. Egli, come nel romanzo dello Zuccoli, vorrebbe che Monique lasciasse Isabelle, ma qui, a differenza di ciò che succede nel romanzo originale, e cioè la morte di Roberta, vi è un vero capovolgimento degli avvenimenti, che non vi anticipiamo per non togliervi il piacere della lettura.

Eleanor LeJune sa creare una trama alternativa ai fatti narrati da Zuccolinuovi stati d’animonuovi colpi di scena che si susseguono, rincorrendo uno schema che volutamente cambia le prevedibili conclusioni del romanzo, creando così quell'atmosfera di sottile erotismo che avvince il Lettore alla fantasia sfrenata dell'Autrice.

Dire che Eleanor LeJune è una grande scrittrice di romanzi erotici, significa farle un torto: la LeJune è semplicemente una scrittrice del nostro tempo e il fatto che venga inclusa nella categoria degli scrittori erotici è sia una tragedia che un guadagno: è una tragedia che ella debba ancora ottenere il giusto riconoscimento come “brava scrittrice” ed è un guadagno che un’artista come lei abbia la volontà di lavorare all’interno di un genere letterario, l’erotico, che, per natura, viene considerato di serie inferiore.




Di seguito alcuni brani tratti dal romanzo:




Monique guardò la cognata. Il volto pallido era incorniciato da una chioma inanellata e fluente. I suoi capelli folti erano come miele e nella luce artificiale assumevano la lucentezza di una preziosa seta. Sotto le sopracciglia, dal mezzo arco perfetto, gli occhi erano azzurri, tendenti al grigio. Non grandi, ma finemente disegnati, come nei dipinti del Botticelli. E così il naso, forte e diritto, scendeva direttamente dalla fronte per terminare in narici frementi.

Monique agitò una mano davanti agli occhi di Isabelle che battè le palpebre e sorrise. Era veramente bella quando rideva: sull’omogeneità stabile e sconcertata del volto il sorriso era una crepa, quasi accadesse qualcosa nel creato; e quantunque doloroso sotto gli occhi e alle guance, donava alla bocca una piega pulita e innocente.

Non osava guardarle la bocca, quella bocca di cui aveva assaporato la tenerezza delle labbra, ma appena lei parlava avvertiva la loro piega e la leggera fossetta che incideva appena la gota e dolorosamente le appariva di nuovo il sorriso di Isabelle, triste nel suo concepimento.

Monique non era più fanciulla, ma era stata donna per così poco tempo, che le sue labbra avevano dimenticato il turgore di una vibrante verga maschile. Era vedova da due anni; ma il desiderio di chiudere la solitudine dell'anima e di calmare le sue fantasie sessuali, le faceva sembrare quel tempo assai lontano.

Ella entrava sola nel talamo e sola riposava. A tenerle compagnia le sue dita che scendevano verso il proprio ventre, accarezzando il clitoride, penetrando nel sesso che immaginava denso di sperma.

Le era avvenuto forse di svegliarsi nella notte e d'irritarsi per uno di quei vivaci sogni, che non lasciano tregua e popolano la mente di fiamme, soffiano sulle carni; le era successo di stendere le braccia disperatamente nell'ombra, e di piegarsi ad arco sotto lo spasimo del sogno che sfiora e sfugge ….

Ma giungeva l'alba a quietarla, e il torpore invece del sonno. Si guardava nello specchio al mattino, e vedeva sotto gli occhi puri un livido cerchio.

Anch'ella navigava per un ampio oceano di dubbi; non aveva mai trovato chi la guardasse senza invidia o senza libidine; stupita che tutto ponesse capo all'odio o all'amore, avrebbe voluto un senso nuovo e tranquillo.

I suoi pensieri sfilavano come una torma di volpi azzurre sul disco bianco della luna; si disperdevano, s'interrompevano, riprendevano tutto il giorno fra lo svolgersi isocrono d'una vita femminile incapace di mutare l'avvenire con la sola forza della propria volontà.

Monique era votata al destino, agghiacciante nella sua indomabile dolcezza, che aspetta la donna, bella e giovane.

Nessuno avrebbe potuto dubitarne; un altro uomo sarebbe arrivato a conquistarla poichè era giovane e bella. Doveva vivere le delizie divine dell'amore; traversare le foreste millenarie della passione, che tutte le donne pari a lei avevano traversato.




Monique traversò la strada, scelse un rialzo coperto di spessa erba, verso il mare, e sedette. Luca restò in piedi, contemplandola. La veste leggera lasciava intravedere in modo netto ed inequivocabile le belle gambe da atleta, lunghe, dalle linee pure. Erano sottolineate dai fianchi stretti ma sinuosi e la flessuosa sottigliezza della vita accresceva l’impressione di eleganza e di classe. Indubbiamente Monique era una bellezza aristocratica.

E tremendamente impudica. Nel sedersi aveva fatto in modo che la gonna le scoprisse le gambe che, discoste l’una dall’altra, lasciavano intravedere delle mutandine leggere e trasparenti, tese su un pube rigonfio e scuro come la notte.

A pranzo in casa di lei, un giorno Luca potè contemplarla perdutamente e vivificare le limpide acque della fantasia, in cui l'immagine di Monique si rispecchiò senza più timore di venire cancellata.

Vestiva in modo provocante e come di consueto, sotto la blusa, non aveva indossato il reggiseno. I seni erano mobili e tendevano la stoffa in un gioco di provocazioni che lo facevano impazzire di desiderio. Aveva il sesso in erezione e si augurò di non doversi alzare. Non tanto per Monique, non gli sarebbe dispiaciuto mostrarle il suo desiderio, ma per Isabelle. Sarebbe stato troppo imbarazzante.

………………………………………

Con noncuranza la mano di Isabelle prese a giocare con i riccioli del suo vello. Una carezza leggera, soffice, non cercata intenzionalmente. Per questo Monique non le scostò la mano, ma non potè fare a meno di constatare che la vulva andava inumidendosi.

Monique tremò in tutto il corpo, le sue gambe s'aprirono, e sollevò leggermente il pube, offrendosi con gesto di bellezza incomparabile.

- Aspetta.

La voce di Isabelle si fece roca, calda, esitante. Sembrò riflettere qualche secondo, si passò la mano tra i capelli e li scostò dal volto, in modo da apparire in tutta la purezza dei suoi lineamenti, poi la baciò.

Monique ebbe un attimo di esitazione, ancora immobile e non coinvolta. Il gusto delle labbra, giovani e carnose che si appoggiavano delicatamente sulle sue, allentavano le sue difese e fecero sì che si abbandonasse al bacio con sempre maggiore interesse.

Inizialmente si baciarono a labbra asciutte, con le labbra che appena si sfioravano, fino a che Isabelle spinse la lingua e la fece scorrere con calma nella bocca dell'altra. La lingua di Monique si dispiegò a sua volta, forzando la bocca di Isabelle, esplorandone l'umida cavità, colmandola di fragrante saliva, spingendosi fino in fondo alla gola.

…………………………….

Le dita di Luca affondarono nella fenditura dei sessi, ma Isabelle, improvvisamente, allontanò la sua mano e con gesto repentino si pose sopra di lui.

Noncurante della sua verginità, si abbrancò alla schiena del giovane e spinse avanti il bacino, ingoiando sino alla bocca dell’utero il sesso lungo e duro. Era così imperlata dai suoi umori che l'introduzione fu, nonostante la rottura dell’imene, pronta e completa. Incurante del dolore che sapeva sarebbe passato, attanagliò con le cosce i fianchi del giovane e incrociò le caviglie perché non potesse sfuggirle. Poi, guidò le sue mani sulle mammelle ed attirò verso di se Monique, facendo in modo che la sua vulva si ponesse sulla bocca di Luca. Quando gli innesti furono perfezionati prese a baciare e a carezzare le mammelle della cognata, muovendo il bacino con gesti lenti, affinchè la penetrazione fosse più profonda.


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Racconti Erotici per una sera d'estate



Tre racconti ad alto contenuto erotico. Tre ritratti brevi di donne. Nel primo racconto, Elena, fotomodella, in un attimo di smarrimento cede al suo migliore amico. Nel secondo racconto, Elisa, in una folle notte d'estate, tra le braccia di Massimo dimentica finalmente suo marito. Nel terzo racconto, di un erotismo carnale, Patrizia intrattiene piacevolmente il suo dirimpettaio di casa in un gioco in cui l'amore fisico assume caratteri surreali. La copertina è di Paul Silvani e all'interno del libro troviamo quindici sue stupende illustrazioni dal contenuto altamente erotico.



Ma non sono le labbra a toccarla. E’ una lingua, umida, avvolgente e morbida come velluto, a guizzare per prima sulle sue labbra chiuse e asciutte, inumidendole e sfidandole ad aprirsi per lasciarla entrare. Si ferma a esplorare gli angoli della bocca, poi prende confidenza.

Il sapore delle labbra giovani e carnose, che si appoggiano morbidamente sulle sue, la scioglie e si abbandona reclinando la testa da un lato, cosicché le braccia che la circondano possano sorreggerla.

La lingua dell’uomo avanza e scivola lentamente nella sua bocca, la cui lingua, invece di andarle incontro, si ritira fino al limite estremo del palato, sollevandosi.

Simone esplora l'umida cavità che va riempiendo di odorosa saliva cercando un contatto che non trova.

Quando l’attesa si fa estenuante, la lingua di Elena si stende e si proietta, si avvolge intorno a quella che la soggioga, la comprime, la succhia e poi si ficca fino in fondo alla gola, e di colpo si ritira lasciandola spalancata, piena di voglia e quasi dolente.

Apre gli occhi lasciandosi penetrare dalla luce degli occhi di lui e si tende alla ricerca del contatto supremo.

Le mammelle alte e rotonde si sporgono come frutti sul busto colmo, e i capezzoli rosati hanno intorno un alone di granata. I fianchi s'incurvano come due archi tesi, il ventre è liscio: al centro l’ombelico incastonato simile ad uno smeraldo.

Le cosce sono affusolate e lunghe, le ginocchia perfette, i calcagni snelli, il pube folto di peli ordinati che lasciano intravedere le labbra gonfie del sesso.”


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Adelina La Biondina




Marco Praga, in un'intervista giovanile, forse in un'ora di malumore o di sconforto, aveva detto di volere scrivere delle commedie soltanto per guadagnare quei pochi soldi che gli servivano per vivere.

Così, nei suoi primi lavori drammatici, ne L'Amico, ne L'Erede, forse anche ne Le Vergini, mirò soprattutto al maggiore effetto sul pubblico, nelle ultime sue opere di teatro: La morale della favola, Il Divorzio, e specialmente ne La Crisi e ne La porta chiusa, sempre più si allontanò da quelli che potevano sembrare artifici scenici, rinunziò all'interesse di un intreccio ben congegnato, non si curò di quanto poteva piacere al pubblico, sempre più austero e dignitoso, nel disdegno delle vie troppo battute.

E ne La porta chiusa, commedia forse un tantino arida e poco attraente, ci sono i segni di una grande nobiltà artistica: nel soggetto, nella tecnica originalissima, nella forma scenica estremamente personale.

L'Opera di Marco Praga si completa con un romanzo di gioventù: La Biondina, con un volume di novelle: Storie di palcoscenico, con un volume di Lettere di donne e di fanciulle (Anime a nudo) e con tre volumi di Cronache teatrali (1919, 1920, 1921).

Il romanzo, La Biondina, scritto in una forma disadorna, non potrà certo essere considerato un capolavoro, però interessante per l'argomento, e si legge tutto d'un fiato. Un critico dell’epoca scrisse: “Non starò a dire per quali ragioni ed in quali condizioni James abbia ucciso la moglie Adelina, dopo aver scoperto a quale grado di abiezione ella fosse scesa (chiamarla adultera sarebbe un farle troppo onore!).”

In breve questa la trama. Adelina, una donna moderna e disinibita, con tendenze lesbiche acquisite in collegio, orfana, senza mezzi, vive in casa della zia, la quale si fa mantenere da un ricco commerciante. Non ha nessuna prospettiva, senza dote nessuno la chiederà mai in matrimonio. Accade, invece, che un giovane ingegnere inglese si innamora di lei e la sposa. La vita scorre tranquilla finché Adelina non casca nelle mani di una usuraia che la obbliga alla prostituzione. Il marito scopre il tutto e per lavare il suo onore la uccide.

Scrive Gilberto Finzi nella prefazione del romanzo di Praga, Edizioni Il Formichiere, 1975: “Un caso particolare — entro le regole del gioco praghiano — è costituito dal romanzo giovanile La Biondina che, scritto nel 1892, viene pubblicato l'anno successivo (una seconda edizione, dovuta al Treves, si avrà, con pochissime correzioni soprattutto grafiche, nel 1907). Romanzo che appartiene al filone zoliano-naturalista, e che risulta, anche linguisticamente, meno compatto della quasi contemporanea Moglie ideale (1890) e del precedente Le vergini (1889) per il quale ultimo lavoro viene di solito citato il Prévost delle Demi-vierges. La Biondina, fra una Bovary e una Teresa Raquin, ritrae una donna borghese nella sua esperienza esistenziale, e si risolve in una confessione laica esasperata di una inarrestabile discesa agli Inferi della perdizione. In questa storia di una specie di "delitto d'onore", in realtà è proprio Adelina che ci interessa, questa figura di moglie-prostituta. Adelina, giovane moglie borghese, non ha mai tradito finché un attimo d'amore, una grande felicità passeggera non diventa una tortura che le rivela la verità sulla propria lenta, grigia esistenza: presso l'uomo lei non è che una cosa. Diviene allora Niniche, la "Biondina" dei giochi d'amore più raffinati, donna dalla doppia vita che paga in quel modo i debiti verso la megera che la ricatta. Una lenta inarrestabile discesa la porterà verso l'estrema rovina, alla morte violenta per mano del marito.

Eleanor LeJune, già autrice di Eleanor, Mark e Claudine, Il Club e Monique e Isabelle, riprende in mano il romanzo di Marco Praga, dalla fine del 1800 lo sposta negli anni venti del novecento, lo carica di un più esplicito erotismo (che peraltro già pervadeva l’originale) e fa terminare il romanzo in modo del tutto diverso da quello ideato dallo scrittore italiano.

Ne viene fuori un’opera sicuramente interessante, compatta e ben caratterizzata: non ricca di invenzione, nè risplendente di immagini musicali o di preziosità stilistiche, ma sobria, serrata, avvincente, per il logico snodarsi dell'azione, per l'umanità dei caratteri. La sua scrittura si mescola con quella del Praga, in un interessante gioco di amalgama.

Eleanor LeJune non ha impacci letterari: ciò però non toglie che la sua scrittura, se pur attenta ai vocaboli per non cadere nella volgarità, sia sempre appropriata all'argomento, allo stile dell'opera, e la parola sempre corrispondente all'immagine che ella vuol evocare. Si unisca a ciò il pregio della naturalezza. Ed ecco perchè tra le autrici di romanzi erotici, non appesantita da pretese letterarie, è una delle maggiori scrittrici che il genere vanti in Europa.


Di seguito alcuni brani:


Il sole entrava dall'ampio finestrone a inondare di luce lo studio vastissimo, dove James Burton lavorava, dall'alba al tramonto. Due delle bianche pareti erano coperte da grandi tavole di disegni, modelli di macchine; sulla terza, di contro al finestrone, era una sfilata di mensole chiare di larice, con tutte le fiale ed i vasi bianchi ed azzurri, pieni di minerali e di acidi, nella gamma allegra di colori che la chimica possiede.

Qua e là, e negli angoli, sul pavimento, erano pezzi di macchine, e pile, e fornelli. Un terzo della stanza era occupato da due lunghe tavole da disegno poggianti sui cavalletti altissimi: sulle tavole, cosparse di compassi e di regoli, spioveva una gran luce dall'ampia vetrata.

Tutto, là dentro, era semplice, rigido, severo, ordinato; tutto, all’infuori del breve spazio racchiuso dall'angolo a destra del finestrone, dove era un divano; e due poltroncine di tela russa con un'alta bordatura d’azzurro e fissata da borchie d'oro.

Steso dinanzi ad essi, un rosso tappeto a fiorami oscuri e, sulla parete, a coprire il bianco della muraglia, una stoffa drappeggiata con arte, che inquadrava una grande fotografia di donna racchiusa in una semplice cornice d'abete.

Quell'angolo, come un salottino non ricco ma civettuolo, introdottosi quasi furtivo in quel tempio severo del lavoro, era Adelina che l'aveva voluto, che l’aveva imposto a suo marito.

Aveva comprato lei stessa il divano e le poltroncine, e il tappeto, e un giorno era capitata là con tutta quella roba recata da un operaio della fabbrica: e, tutta sola, mentre James, sorridendo, disegnava, aveva creato quel cantuccio, trasfondendovi un po' della grazia, dell’allegra civetteria ch'era nella sua persona.

Aveva messo il piccolo divano di sbieco, nell'angolo: poi, salita in piedi su di esso, appiccicò con quattro chiodi il drappeggio; poi stese il tappeto; e mise le poltroncine ai due lati del divano.

Chiusa in una veste che lasciava indovinare le sue forme e che era di seta con disegni orientali, tanto trasparente da dare le vertigini a James, lei stava là, davanti a lui: le lunghe gambe nelle belle lucenti calze, i fini seni svettanti.

Adesso esci un momento.

Perchè?

Te ne prego. Esci in corte, due minuti, poi ti chiamo.

James uscì ed ella, di furia, appese la fotografia fino allora tenuta gelosamente nascosta. Poi, dopo aver slacciato i primi bottoni della blusa, in modo che il seno si potesse intravedere, affacciandosi alla porticina dello studio, ch'era all'angolo opposto a quello da lei trasformato, lo chiamò:

James! James! Corri, adesso, vieni, vieni presto.

Sulla parete giganteggiava una foto di Adelina nella classica posa della Maja desnuda.

Oh! il tuo ritratto! — disse lui, con stupore, ma senza scomporsi molto al fatto che si fosse fatta fotografare nuda e, senza alzare troppo la voce, continuò, — Il tuo ritratto. Un'improvvisata. Bellissimo. Chi te lo ha fatto?

Un fotografo! — ribatté lei, ridendo, fissando gli occhi allegri negli occhi di suo marito. – E non hai altro da dirmi?

Già, un fotografo.

Se l’Adelina si aspettava dell’altro, rimase delusa.

Ma, così grande! Costerà molto. Non spendi troppo, Adelina, in cose superflue?

Nulla, nulla, nulla. È il regalo di un'amica mia che ha sposato un fotografo.

Chi?

Un'amica mia di collegio; non la conosci. Già, non ne conosci nessuna, — aggiunse, ridendo sempre. Poi fattasi seria, a un tratto: — Sei cattivo, però. La mia nudità la chiami una cosa superflua. Vivi qua dentro dalla mattina alla sera: appena mi vedi una mezz'ora durante il giorno se vengo a farti una visitina. Almeno avrai il mio ritratto dinanzi agli occhi. Credevo ti dovesse far piacere! Invece!

Sì, tanto piacere. Temevo soltanto tu avessi fatta una spesa troppo forte per noi. Tu sai che non possiamo ancora spendere molto. Lo sai. — E l'aveva baciata sulla bocca, introducendo una mano nello scollo della camicetta e sfiorandole il seno privo di busto.

Prontamente Adelina si era inginocchiata ai suoi piedi ed aveva estratto il fallo dai pantaloni. Per rendere rigida la verga l’aveva mordicchiata con precauzione e precisione, affascinata dal potere che la sua lingua esercitava.

James le aveva stretto la testa tra le mani, poi, con decisione, quasi con brutalità, aveva affondato il membro, ormai rigido oltre ogni dire, nel fondo della sua gola. Non le aveva dato il tempo né di accarezzarlo ne di farlo scivolare in su e giù nel caldo lascivo della sua bocca.


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