NFR
By
Tiziana Guggino
SMASHWORDS EDITION
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Tiziana Guggino su Smashwords
NFR
Copyright © 2011 di Tiziana Guggino
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Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione.
Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone vive o defunte, è puramente casuale.
Materiale di lettura per adulti
*****
Non so perché, ma mi trovavo in strada, di notte, a quell’ora… Il cielo era scuro e sotto i miei piedi, i sampietrini bagnati riflettevano sinistri il pallore della luna. Sulla mia destra, i muri alti di un palazzo si ergevano contro il cielo confondendosi con esso. Era in costruzione…
Mi fermai in preda ad una strana sensazione di curiosità. Fin da piccolina mi avevano affascinato le case in costruzione; curiosare tra le stanze vuote circondate dai soli muri di mattoni rossi ai cui piedi giacevano sacchi di calcina e scatole di mattoni imballati.
La porta era aperta, così, entrai. La scala di fronte a me era ripida e immersa nell’oscurità. Senza pensarci su, mi confusi con essa salendo lentamente. Arrivata al primo piano si apriva, su un piccolo pianerottolo, una porta d’ingresso dai muri rifilati. Al suo interno, un labirinto di stanze mi invitava ad entrare.
La prima stanza era grande ed un’ampia finestra si apriva sulla strada sottostante. Mi affacciai. Non un’anima viva la calpestava. La luna splendeva accendendo il manto scuro del cielo. Ripresi il mio giro di perlustrazione. Era bellissimo trovarsi lì all’insaputa dei padroni di casa, libera di accedere in quei locali che un giorno sarebbero stati la casa di qualcuno.
Trovai una piccola stanza che, indubbiamente, doveva servire per il bagno e altre due stanze con ancora i mattoni rossi a vista. Ad un tratto, una parete più o meno al centro della casa, attirò la mia attenzione: c’era un foro all’altezza dei miei occhi, ma, dalla conformazione del muro e dalla mancanza di altre porte, non si capiva il perché una luce filtrasse dallo stesso.
Mi avvicinai. Scorsi un chiarore al di là della parete. Suggestione? Accarezzai i mattoni nel punto in cui la flebile luce filtrava e mi accorsi che i mattoni erano stati murati da poco.
La calcina era ancora umida. Con le dita la grattai facendola cadere a terra ed un mattone si mosse leggermente. Con i polpastrelli, premetti una delle sue estremità spostandolo.
Frammenti di calcina mi scivolarono sulle scarpe. Afferrai il mattone tirandolo a me finché non lo scalzai lasciando un grosso buco al suo posto. Un chiarore più intenso si fece largo, mentre con la mano cercavo di capire se al di là della parete ci fosse il vuoto oppure no.
Le mie dita brancolavano alla ricerca di un appoggio, ma non lo trovarono.
Cominciai, allora, a togliere i mattoni circostanti fino ad aprire quasi una finestrella davanti a me. C’era una stanza, non c’erano dubbi. Una stanza segreta, senza porte né finestre. I miei occhi, abituati all’oscurità, scorsero qualcosa sul pavimento. Forse, un tappeto arrotolato. Guardai meglio: il tappeto si muoveva. C’era qualcuno, lì sdraiato.
Quel qualcuno si alzò lentamente a sedere ed io potei vedere con orrore di chi si trattava. Era una mummia. Le bende la fasciavano lasciandone scoperti solo gli occhi che cominciarono a fissarmi.
In preda ad un terrore crescente, cominciai a rimettere i mattoni al loro posto, ricomponendo la parete nella sua conformazione originaria, sperando di richiuderla in tempo prima che la creatura, nella sua lentezza, si alzasse definitivamente.
Mi mancavano due soli mattoni, ma l’essere era già in piedi che avanzava verso di me, così, li lasciai cadere per terra indietreggiando verso l’uscita. Pochi istanti e un rumore di mattoni che si frantumavano al suolo mi gelò il sangue nelle vene. Ma dov’era l’uscita? Ma quante stanze c’erano?
Entrai in una camera grande che non avevo visitato e vi trovai, nel centro, una tinozza di plastica con della biancheria.
I passi della mummia rimbombavano lenti e strascicati sul pavimento scalcinato. Mi guardai intorno: non c’era tempo per cercare una via di fuga. Me la sarei trovata davanti e non avrei avuto scampo.
La decisione si stagliò fulminea nella mia mente, mentre l’adrenalina mi procurava un bruciore alla nuca.
Mi accovacciai dentro la tinozza cercando di coprirmi con quelle che sembravano essere lenzuola. Il lembo di una di esse mi rimase sotto i piedi negandomi un rifugio al viso che, con orrore, vide avanzare verso di sé quell’essere immondo.
Il terrore mi attanagliò le viscere e mi paralizzò la gola. Provai a gridare, ma nessun suono uscì dalle mie labbra, mentre il suo volto bendato si avvicinava al mio.
Con gli occhi sgranati dall’orrore vidi le sue bende grigie consumate dal tempo che, inspiegabilmente, non emanavano alcun odore di morte. Rimasi lì, con il viso scoperto proteso verso l’alto incapace di muovermi, attendendo che mi uccidesse.
La mummia si chinò avvicinando il suo viso al mio, poi, mi baciò sfiorandomi le labbra mentre pronunciava una parola a me incomprensibile:
<<Nfr… Nfr…>>
<<Nfr… Nfr…>> ripeté e, a quel punto, mi svegliai in preda ad un incontenibile senso di pace e appagamento. Le mie labbra erano distese in un sorriso e il terrore che poco prima si era annidato nel mio cuore si era disciolto come neve al sole.
Nfr… Nfr… La mia mente continuava a ripetere.
Si trattava di un suono che mi ricordava il battere d’ali dei passeri. Una parola sussurrata che mi arrivava al cuore rendendomi felice.
Solo molti anni dopo, quasi dieci, seppi, per caso, che quella parola aveva un significato.
Era il 2006 e mi trovavo in Crociera sul Nilo con due mie amiche.
Fu durante la visita di Abu Simbel, nel tempio di Osiride dedicato alla Regina Nefertari, che sentii, ancora una volta, quella parola, ormai sepolta dentro di me.
<<… nell’antica lingua egizia…>> stava spiegando Alì, la guida egiziana, <<non esistevano le vocali. Le parole erano un insieme di suoni emessi pronunciando le sole consonanti.>>
Guardavo affascinata le sei statue della facciata in posizione eretta di cui solo due, stava dicendo la guida, rappresentavano la Regina.
<<Nefertari, da Nefer, Nfr, per la precisione… che significa bella.>>
Nfr… Nfr…
Le parole rimbombarono nella mia scatola cranica isolandomi dalla compagnia. In un istante mi ritrovai nel sogno. In quella casa in costruzione dove una mummia, al culmine del mio terrore, mi aveva baciata delicatamente sulle labbra pronunciando la parola “bella” in Egizio antico.
Questa cosa mi turbò profondamente estraniandomi dal resto della spiegazione.
Una parola sussurrata in una lingua a me sconosciuta che vengo poi a scoprire essere Egizio antico pronunciata da una mummia. Una sensazione di appagamento totale al contatto con le sue labbra. Una parola il cui significato in italiano è Bella. E’ incredibile… Mummia… nfr… bella… appagamento, non orrore. E’ strepitoso…Ma che cosa ho sognato? Pensai ed il sorriso riaffiorò sulle mie labbra.
<<Perché quell’espressione?>> mi chiese Laura.
<<Perché mi è venuta in mente una cosa che ormai avevo dimenticato. Una cosa strana ma molto piacevole.>>
<<Posso sapere?>>
Le raccontai del sogno, delle sensazioni contrastanti di orrore e appagamento. Alla fine, lei mi guardò.
<<E’ una storia incredibile, mi ha fatto venire i brividi. Forse, tu, un giorno, in una delle tue precedenti vite, sei stata nell’antico Egitto e la mummia era l’uomo che tu amavi.>> mi disse.
<<Non credo nella reincarnazione. Questa è pura fantasia. Tuttavia, una cosa è certa: da quando ho messo piede in questa terra, provo delle sensazioni strane. Dentro di me, sento una crescente emozione ogni qualvolta osservo i geroglifici; la forma degli occhi dipinti sulle pareti ed i colori utilizzati: il blu, l’oro… le collane e persino i gonnellini mi procurano una fitta al cuore. E non è come vedere questi graffiti alla televisione. Ho come la sensazione che essi prendano vita dentro di me. Sento il cuore colmo di pianto e allo stesso tempo di nostalgia.>>
<<E’ come ti dico io: tu sei già stata qui. Io ho letto molto sull’argomento. C’è gente che ha riconosciuto luoghi senza esserci mai stata.>>
<<Non ci credo, ma mi stai mettendo la pulce nell’orecchio.>>
In effetti, qualcosa di vero doveva esserci. Era stato fin dal primo istante sulla terra degli antichi Egizi che il mio cuore aveva cominciato a battere più velocemente.
Pensavo fosse solo l’influenza della storia di una civiltà ormai scomparsa che aveva lasciato una grandiosa testimonianza della sua comparsa sulla terra; il fatto che tante teorie legavano la civiltà egizia agli extraterrestri, all’antico splendore dei palazzi faraonici, ai tanti Dei adorati, alla Sfinge e alle piramidi che avevano visto passare condottieri, re e imperatori le cui gesta ancora echeggiavano nella storia dell’uomo.
Non si trattava di una semplice emozione dovuta alla vista di luoghi protagonisti della storia che adesso si materializzavano di fronte a me. Era un’emozione diversa, più grande, profonda. Forse, un ritorno a casa.
Quest’ultimo pensiero mi folgorò. Mi stavo facendo suggestionare dalle parole di Laura oppure era qualcosa che inconsciamente cresceva dentro di me?
<<… ai piedi di Ramesse II si trovano scolpiti i suoi figli maschi, mentre le figlie, si trovano ai lati di Nefertari. Quindi, come avrete potuto notare, c’è sempre la costante, quasi invadente, presenza del faraone Ramesse II anche nel tempio della sposa.>> proseguì Alì.
Lui parlava e parlava, ma la mia mente cominciò a vagare altrove, in un mondo fantastico in cui il tempo era tornato indietro di migliaia di anni.
<<Sarah, svegliati. Che ti prende?>> mi chiese Lucia. <<Mi sembri in trance.>>
E lo sono, in effetti…
<<Niente, mi ero distratta.>> risposi.
La gita era cominciata da due giorni, e da due giorni, mi sentivo strana, come facente parte integrante di quel cosmo, come se non ne fossi mai stata separata.
Gli affreschi all’interno delle tombe nella Valle dei Re mi incantavano e la presenza continua della chiave della vita mi esaltava facendomi sentire quasi in levitazione.
Fu alla vista della Sfinge che i miei occhi si riempirono di lacrime e un’immagine sepolta nella sabbia e nel tempo riaffiorò per un solo microscopico istante nel buio della mia mente, come un lampo che per un istante illumina il buio profondo della notte. Un flash. Niente di più, ma sufficiente da farmi prendere una decisione: una volta rientrata in Italia mi sarei fatta ipnotizzare per scoprire se quello che continuava a sostenere Laura fosse vero oppure no.
E così feci. Con l’aiuto di Laura, trovai uno studio molto affermato di ipnosi.
Il dottor Giunti, un uomo brizzolato sulla cinquantina, ci ricevette il giovedì successivo al nostro ritorno dall’Egitto.
<<Il ferro va battuto finché è caldo.>> disse Laura, notando le perplessità che il rientro in Italia aveva insinuato dentro di me.
In Italia, tutto sembrava diverso, più reale. Quell’alone di mistero che aveva investito i contorni delle cose si era dissolto, anche se non del tutto.
Solo una notte, ad occhi aperti, avevo rivisto per un istante l’immagine intravista davanti alla Sfinge. Mi ero concentrata cercando di focalizzarne i particolari. Mura di pietra si innalzavano lungo un corridoio in fondo al quale un grande portone chiudeva il resto alla vista. Tutto intorno bagliori d’oro e lapislazzuli. Poi, di nuovo il buio, nero, profondo. Nient’altro.
Lo studio era molto accogliente e immerso in una luce soffusa, calda.
<<E’ la prima volta che si sottopone ad una seduta d’ipnosi?>> mi chiese il dottor Giunti con un sorriso.
<<Sì e devo dire che sono molto preoccupata.>>
<<Per quale motivo?>> mi chiese.
<<E’… che non so che cosa succederà durante la seduta. Sinceramente non so come si svolgerà...>> risposi.
<<Glielo spiego subito. Intanto, partiamo da ciò che immagino lei sia curiosa di sapere: se lei ha vissuto vite precedenti a questa, cioè, se c’è stata una sorta di reincarnazione.>>
<<Sì.>>
<<Bene. Per prima cosa diciamo che la reincarnazione è l’idea che l’anima, dopo la morte, torni sulla Terra per vivere una nuova vita con un corpo nuovo. Esistono varie teorie sull’argomento ma la più importante è quella che considera la reincarnazione come un processo evolutivo. Che significa? Significa che l’anima nelle vite successive rivivrà le esperienze in cui ha fallito durante le vite precedenti. Essa si ricongiungerà a Dio solo quando sarà progredita.>>
<<Ma ci sono prove scientifiche che attestano la reincarnazione?>> chiese Laura.
<<Prove certe non ce ne sono, tuttavia, ci sono fatti che fanno pensare che le anime possono fare ritorno sulla Terra. Questi fatti si possono avere attraverso l’ipnosi regressiva. Proprio quella che io andrò ad eseguire questo pomeriggio con lei, Sarah. Di solito, è una tecnica che viene usata in psicoterapia per risalire e rimuovere una fobia. Con l’ipnosi regressiva la persona può rivivere un trauma di una vita precedente, un trauma che quasi sempre corrisponde alla sua morte, capitata in circostanze legate alla fobia. Per esempio, chi ha la fobia dell’acqua, potrebbe essere morto affogato in una vita precedente.>> rispose.
<<Affascinante…>> dissi.
<<Adesso, Sarah, inizieremo la seduta. Deve stare tranquilla, perché non le succederà assolutamente niente.>> aggiunse.
Mi fece accomodare su un lettino in pelle nera, morbido ed accogliente.
Laura rimase seduta alla scrivania, come semplice spettatrice dell’esperimento.
Il dottore si sedette accanto a me. Dalla sua mano comparve un metronomo.
<<Per favore, fissi il metronomo seguendo con gli occhi l’oscillazione. Si concentri e non si opponga se sentirà le palpebre pesanti. Chiuda pure gli occhi se ne sente il bisogno. Seduta del 20 aprile 2006, ore 18,30. Sarah Gabrielli.>>
Poi, cominciò a sussurrare parole rilassanti.
<<Immagina di addormentarti in mezzo ad un prato verde. L’erba è morbida e ti accarezza la pelle. Mentre dormi, la tua anima esce fuori dal tuo corpo. Vedi te stessa addormentata. Il vento leggero porta via la tua anima. Lontano, molto lontano, in un luogo per te molto importante. In un tempo per te molto importante. Non sai ancora dove, non sai ancora perché. Ma è qualcosa di molto importante per te, qualcosa che cerchi da molto tempo… qualcosa che svelerà un segreto chiuso dentro di te. Pian piano, il vento ti sospinge come una foglia, ti depone sulla terra…
Tic Tac Tic Tac Tic Tac, oscillava il metronomo spostandosi da destra a sinistra, da sinistra a destra.
Tic Tac Tic Tac Tic Tac…
Il buio mi avvolgeva e il freddo mi penetrava fin dentro le ossa. Le pareti erano umide, mentre attraversavo il corridoio con la torcia in mano la cui fiamma, a malapena, le rischiarava. Un fruscio e la pelle mi si accapponò.
<<Horemheb, sei tu?>> bisbigliai.
Silenzio.
<<Horemheb… sei tu?>> ripetei rallentando il passo.
Arrivata in fondo, mi voltai verso la colonna di pietra che stava alla mia destra. Nell’ombra, vidi i suoi occhi e il mio cuore cominciò a battere furiosamente.
<<Safira… amore mio…>>
La sua voce calda mi accarezzò e mi abbandonai tra le sue braccia. Le sue labbra erano morbide e calde e mi lasciai baciare ancora una volta. Una sensazione di calore e appagamento mi pervase, mentre il cuore galoppava ad un ritmo incontrollato.
<<Horemheb… ti amo.>>
<<Anch’io.>> mi rispose.
<<Adesso devo andare… Mutnodjmet mi sta aspettando.>> gli dissi.
Tolsi la torcia dal suo alloggiamento e ritornai sui miei passi. La luce filtrava debole in fondo al corridoio. Il pavimento era freddo e il buio riprendeva intensità davanti ai miei occhi.
<<Uno… due… tre… svegliati. Uno… due… tre… svegliati, Sarah.>>
Il calore mi scaldava il viso infastidendomi, così, aprii gli occhi. La luce inondava la stanza rendendo confusi i contorni delle suppellettili.
Dovevo aver dormito parecchio, perché mi sentivo stanca ed assonnata.
<<Come si sente, Sarah?>> mi chiese l’uomo in camice bianco seduto alla mia sinistra.
Lo guardai stralunata, poi, mi guardai intorno e, più in là, vidi Laura seduta che mi fissava divertita. In un attimo, realizzai l’accaduto: quell’uomo mi aveva ipnotizzata e chissà che cosa mi aveva fatto fare o dire.
Imbarazzata lo guardai negli occhi.
<<Che cosa è successo? Che cosa ho fatto?>> chiesi.
<<Niente di cui preoccuparsi, signorina. Le ho solo fatto alcune domande e lei molto gentilmente ha risposto. Ha qualche ricordo, di questa esperienza?>>
Cercai di ricordare, ma la mente sembrava avvolta in una densa nebbia. Non riuscivo a coordinare il pensiero, a focalizzare un’immagine.
<<No.>> risposi.
<<Le dice niente il nome Horemheb?>> mi chiese.
Nell’udire pronunciare quelle lettere il cuore cominciò a battere furiosamente. Era un nome che avevo già sentito anche se, purtroppo, non riuscivo a collegarlo né ad un volto, né ad un luogo. Mi suscitava, però, un’emozione molto forte che arrivava dritta al cuore.
<<E il nome Mutnodjmet, le dice niente?>>
Mutnodjmet… Mutnodjmet…
<<No, non mi dice niente.>>
<<Ha qualche sensazione strana, di disagio, per caso?>>
<<Ecco, forse… forse sì. Questo nome mi provoca un forte disagio. Direi… quasi un dolore, per essere precisi. Mi parte dallo stomaco e mi provoca una sofferenza al cuore. Una fitta, direi…>>
<<Ha un volto per questo nome?>> chiese.
Ci pensai attentamente, poi, risposi negativamente.
Il medico prendeva nota di ogni mia risposta su un piccolo taccuino sottolineando i due nomi oggetto di curiosità.
<<Direi che è sufficiente, per oggi. Possiamo vederci la settimana prossima? Diciamo… mercoledì 26 alle 17,30?>> chiese sfogliando l’agenda degli appuntamenti e bloccando la punta della biro sul mercoledì successivo.
Non sapevo se avessi voglia o meno di continuare quell’avventura. Non sapevo dove mi avrebbe portata. Rimasi in silenzio, pensierosa.
<<Credo che lei non debba avere dubbi se continuare o meno a fare questa esperienza. Mi ha già rivelato molto più di quello che lei possa immaginare. La sua amica potrà testimoniarglielo. Allora, le va bene un seconda seduta per quel giorno? Si tratta di un viaggio che potrà dirle molte cose a proposito del suo sogno.>> aggiunse.
<<Va bene per mercoledì.>> risposi subito pentendomi della mia affermazione.
In strada, Laura buttò una frase che mi incuriosì parecchio.
<<Chi è questo amante segreto di nome Horemheb, tesoro mio? Cosa nascondi alla tua migliore amica?>> mi chiese, con un sorriso ammiccante.
Mi fermai.
<<Un amante? Di che cosa stai parlando?>>
<<Di ciò che abbiamo intuito io ed il dottor Giunti, mia cara.>>
<<Sarah, non ricordi proprio nulla di ciò che è avvenuto durante la seduta?>> mi chiese Laura una volta giunte in strada.
<<No. Che cosa dovrei ricordare? Che cosa ho detto di strano?>> le chiesi con sincera curiosità.
<<Hai detto diverse cose, ma, soprattutto, è stato il modo in cui le hai dette che ci ha fatto pensare…>>
<<Non tenermi sulle spine. Ho fatto una figuretta con il dottore?>> le chiesi allarmata.
<<No, forse hai solo pronunciato delle frasi d’amore data la tua voce languida. Stavi parlando con un uomo, forse un amante. Deve essersi trattato di un incontro segreto, ma non ti saprei dire né dove, né con chi. Ti sei rivolta a lui con il nome di Horemheb e poi hai fatto cenno ad una persona di nome Mutnodjmet. Possibile che non ricordi niente? Un’immagine, che so… un profumo…>>
Mi concentrai sui due nomi. No, non mi dicevano niente. Nel modo più assoluto.
<<No. Assolutamente. Il buio più nero.>> risposi, infine.
<<Peccato… in un’altra vita devi aver vissuto una tormentata storia d’amore. Avevi un’espressione… non so bene… di estasi, ma allo stesso tempo di tormento. Nell’insieme, eri profondamente triste. I nomi sembravano provenire dall’antico Egitto, ma quando il professore ti ha chiesto dove ti trovavi, gli hai risposto che eri in un sotterraneo. Tremavi.>> mi disse.
<<Chissà se alla prossima seduta verrà fuori qualcosa di interessante. Adesso mi hai incuriosita. Spero, in ogni caso, che non sia niente di imbarazzante.>> aggiunsi.
Lasciai Laura all’incrocio e proseguii verso casa cercando di ricordare, ma la mia mente non collaborava. Il periodo di tempo durante il quale ero stata ipnotizzata continuava a rappresentare, per me, un buco nero.
Ai piedi della colonna, Bastet mi fissava. I suoi occhi di lapislazzuli spiccavano sul suo manto nero. Al contatto dei piedi con il pavimento freddo, rabbrividii.
Pochi istanti dopo, entrai nella stanza di Mutnodjmet con un vassoio carico di frutta e lo appoggiai sul mobile di cedro. La fragranza dei loti pervase la stanza.
Lei stava ancora dormendo. I suoi capelli neri erano ancora in posa sulla testa di marmo. Scostai il pesante tendaggio porpora e i raggi del sole entrarono. Mutnodjmet sospirò stiracchiandosi.
<<Buon giorno, mia Regina.>> le dissi inchinandomi leggermente.
<<Buongiorno a te, Safira.>> mi rispose con un sorriso. <<Oggi, mi sento in forma e sono veramente felice.
<<Si vede, mia Regina. La tua pelle risplende di luce propria.>> le risposi.
<<Safira, oggi voglio indossare la tunica turchese. Il mio cuore trabocca di felicità e voglio rivestirmi del colore del cielo. Voglio sentirmi bella.>>
Non era bella Mutnodjmet, ma era una Regina. Discendente del faraone Ay, era promessa sposa del Generale Horemheb. I suoi lineamenti erano marcati come quelli del padre: naso pronunciato, mento sfuggente, occhi ravvicinati. Si alzò con tutta la pesantezza cui il suo fisico non certo atletico le consentiva.
<<Mi sento magnificamente bene.>> disse. <<Ho fame. Mi dai un loto?>>
Le porsi un loto che addentò avidamente. Il succo zuccherino scese lungo il suo mento ed io mi affrettai subito a pulirglielo con un panno affinché non si sporcasse la tunica.
<<Vieni, Safira. Passami l’ampolla con l’essenza.>>
<<Subito, mia Regina.>> le risposi e, immediatamente, il mio pensiero andò ad Horemheb, l’uomo di cui mi ero perdutamente innamorata e che, ben presto, l’avrebbe sposata. Sentii una fitta al cuore.
Che c’entravo io lì, ancella personale della Regina Mutnodjmet, tra lei ed il suo promesso sposo?
L’aiutai a lavarsi e, poi, ad indossare la tunica azzurra. Il suo seno prosperoso premeva contro lo scollo del vestito.
Un brivido mi accarezzò la pelle facendola accapponare.
<<Hai freddo, Safira?>> mi chiese Mutnodjmet.
<<No, mia Regina.>> risposi. <<Perché?>>
<<La tua pelle dice il contrario.>> mi disse guardandomi negli occhi. <<Mi nascondi qualcosa?>> mi chiese fissandomi con i suoi grandi occhi scuri.
<<No, mia Regina.>>
Lei rimase in silenzio, poi mi chiese di porgerle i colori per il trucco.
Intinse il pennello umido nella polvere azzurra e delineò il contorno degli occhi, poi, aggiunse la riga nera, allungandola sulle tempie. Infine, con il pennello, aggiunse la polvere d’oro che si trovava nel piccolo vaso di coccio. Tinse le labbra di porpora e mi chiese di porgerle la parrucca di capelli neri, lisci, serici. Il suo volto era cambiato. Nonostante il fisico formoso, adesso, Mut aveva acquisito un fascino particolare. I suoi modi, regali, completavano l’immagine che i suoi sudditi ben conoscevano. Prese lo specchio e si rimirò compiaciuta.
<<Adesso possiamo andare, Safira. Oggi è un magnifico giorno. Mi sento un tutt’uno con l’universo: mi sento parte di esso, confusa con esso.>> disse con il viso rivolto al disco solare.
Uscimmo dalla stanza e la seguii lungo il corridoio. Pensavo a Horemheb e, inavvertitamente, urtai con il braccio un prezioso vaso posato su una colonna di granito. Il vaso oscillò mentre cercavo disperatamente di prenderlo affinché non cadesse a terra. Stavo quasi per afferrarlo, ma le mie dita, infine, abbrancarono l’aria e il vaso si schiantò a terra producendo un rumore di cocci che riempì la mia testa.
Mi svegliai di soprassalto con i battiti del cuore che mi battevano furiosamente in gola. Era successo qualcosa. Qualcosa era caduto a terra e si era rotto. Accesi la luce dell’abat-jour. In terra, ai piedi del cassettone, c’erano i cocci del portagioie di porcellana e, tutt’intorno, orecchini, anelli, collanine e spille. Mi guardai intorno. Minou fece capolino da dietro la porta.
<<Ci sei riuscita, dai dai, a romperlo…>> le dissi con sguardo severo. <<Mi hai fatto prendere un bello spavento.>>
La gatta non si mosse continuando a fissarmi coi suoi occhi gialli.
Bastet…
La parola si stagliò nella mia mente istantanea.
<<Bastet…>> sussurrai.
I colori dei lapislazzuli riempirono i miei occhi e le immagini di una stanza da letto inondata dal sole si sostituirono a quelle della mia camera avvolta nel buio della notte e rischiarata solo dalla fioca luce dell’abat-jour.
Un brivido mi percorse la spina dorsale. Era stato solo un sogno. Eppure… le immagini erano vivide, reali… Troppo reali per essere oniriche. Cercai di focalizzare la stanza inondata dal sole in modo da carpire ai ricordi altri piccoli dettagli.
Un letto con lenzuola bianchissime. Una donna dai lineamenti marcati. Nero, oro, azzurro intorno ai suoi occhi. Frutta esotica in un vassoio. Profumi di essenze e di frutta esotica.
Un geroglifico si sostituì a quell’immagine: io e Laura in Egitto, all’interno della tomba di Amenofi II, nella Valle dei re. La chiave della vita rivolta verso il volto del faraone.
<<Sto diventando matta. Mi sto facendo suggestionare da quanto mi ha detto Laura. L’antico Egitto suscita in ognuno di noi un fascino unico ed io ci sono cascata con i piedi e tutto.>> dissi sorridendo a me stessa, cercando di esorcizzare l’ansia crescente che mi pervadeva, mentre, altre immagini si facevano spazio nella mia mente.
Una tunica azzurra come il turchese e un sottile rivolo di succo di loto lungo il mento di una giovane donna. Il timbro di una voce conosciuta che pronunciava un nome a me familiare: Safira.
Chi è Safira?
“Sei tu, Safira.” Mi disse la voce della mente rispondendo all’interrogativo.
<<Basta! O divento pazza e domattina qualcuno riterrà opportuno chiamare il 118 per farmi ricoverare alla neuro. E’ stato solo un SOGNO!>> cercavo di convincermi per contrastare ciò che, in cuor mio, ritenevo pericolosamente reale.
L’immagine di Bastet con i suoi occhi di lapislazzuli che mi fissavano mi penetrò nella testa producendomi un dolore inaspettato tanto che strizzai gli occhi.
Chiamai Minou che, con un balzo, salì subito sul letto. Il suo manto lucido e nero brillava alla luce della lampada. I suoi occhi gialli sembravano topazi incastonati nella notte. Anche lei mi fissava in silenzio. L’accarezzai e lei alzò la coda.
<<Non farmi più certi scherzi o mi farai venire un infarto. Capito?>> le dissi continuando ad accarezzarla.
Quando mi fui tranquillizzata, spensi la luce e mi rimisi a dormire. Nessuna immagine venne a turbare il mio sonno ed arrivai direttamente alla mattina e al suono insistente e fastidioso della sveglia.
Biip… Biip… Biip…
Con una mano, bloccai il dispositivo facendo cessare quell’orribile suono che significava che era ora di alzarsi ed andare al lavoro.
<<Ma verrà sabato… e allora sì che potrò dormire fino a tardi.>> dissi nel silenzio della stanza.
Scacciai le immagini della notte prima ancora che si delineassero i loro contorni e mi preparai. Un caffè veloce e via, in auto, verso lo studio.
Il traffico mi avvolse e mi confusi nella frenesia della mattina. Tutti in auto, in moto, a piedi, in bicicletta verso il posto di lavoro.
Non c’è tempo di pensare. Meno male… Tutto è normale, la notte è passata con i suoi incubi e gli strani pensieri.
Nfr… Nfr… Che c’entra? Niente. Solo fantasia, suggestioni da quattro soldi. Roba da film di quart’ordine.
Eppure… quei profumi, il sole nella stanza… l’azzurro, l’oro, il nero sul volto di… Mutnodjmet?
Il suono insistente di un clacson mi distolse dai miei pensieri.
<<E muoviti! Perdio! Che sei, in passeggiata domenicale? Devo andare a lavorare, io!>>
Il verde del semaforo brillava implacabile, mentre l’automobilista super incazzato mi superava lanciandomi improperi attraverso il finestrino aperto.
Arrivai allo studio quasi in trance. Anzi, sicuramente in trance. Non ricordavo di aver fatto il solito tragitto per arrivarvi. La macchina aveva fatto tutto da sola, mentre io pensavo ad altro, tutta assorta nei miei assurdi pensieri.
<<Salve ragazze.>> dissi varcando la soglia dello studio e cercando di mantenere un’aria normale.
<<Buongiorno, dottoressa.>> risposero quasi in coro Francesca e Claudia.
<<Ha appena telefonato il signor Andreani: ha bisogno di un bilancio aggiornato. Deve chiedere un finanziamento in banca.>> disse Francesca.
<<Per quando?>> chiesi.
<<Gli servirebbe per venerdì, se possibile.>>
<<Venerdì? Fra tre giorni?>> chiesi allarmata.
<<Sì, ma non si preoccupi. La contabilità è abbastanza aggiornata. Ho controllato: vanno aggiunte solo le registrazioni dell’ultimo estratto conto bancario e qualche delega.>> rispose prontamente, tranquillizzandomi.
<<Meno male. Ce la fai a finire tutto per giovedì?>> chiesi.
<<Sì. Nessun problema.>>
<<Bene.>> risposi soprappensiero.
La mattinata passò tranquilla tra una pratica e l’altra, tra una telefonata e un appuntamento. Delle immagini notturne, solo pochi sprazzi. Ero impegnata e non c’era tempo per pensare.
Per fortuna…
Nessun’altra esperienza onirica di carattere esotico caratterizzò le mie notti, così, il mercoledì successivo, mi recai dal dottor Giunti sempre in compagnia di Laura che ormai, coinvolta nella storia, non intendeva assolutamente perdere alcuna battuta della seduta che mi accingevo a fare.
Appena entrata, chiesi al dottore se stavolta, alla fine della seduta, mi avrebbe raccontato ciò che avrebbe scoperto durante l’ipnosi. Dovevo capire se c’era attinenza tra quanto svelavo in studio e ciò che avevo sognato.
<<Certamente. Alla fine, le dirò tutto quanto.>>
Mi fece sdraiare nuovamente sul lettino e mi chiese se avevo fatto qualche sogno particolare. Alla mia risposta affermativa, mi disse, però, di non parlargliene. Gliel’avrei raccontato solo alla fine della seduta.
Prese il metronomo e cominciò a farlo oscillare davanti ai miei occhi.
Tic Tac Tic Tac Tic Tac…
Le palpebre divennero pesanti.
Tic Tac… Tic Tac… Tic Tac…
Oscillava il metronomo.
Le parole del medico, appena sussurrate, mi invitavano a dormire… Era impossibile resistere…
I contorni dello studio si dissolsero e furono sostituiti da quelli più luminosi di un giardino. Il profumo delle clematidi, intenso, mi arrivò alle narici. Mutnodjmet era seduta all’ombra di una palma e parlava con la sua amica Tiyi. I bracciali d’oro spiccavano sulla sua pelle color rame emanando lampi di luce riflessa. Il sole all’orizzonte tingeva il cielo di rosso e arancione delineando i contorni delle palme da datteri lungo le sponde del Nilo.
Guardai Tiyi: era in adorazione di Mutnodjmet. La guardava parlare rapita, affascinata dai suoi modi regali, dal tono suadente della sua voce. Lei parlava e parlava, mentre io, seduta su uno sgabello poco distante, attraversavo con lo sguardo le loro figure e, con la mente, tornavo al mio incontro segreto con Horemheb.
Le sue labbra morbide si erano posate sulle mie e un brivido mai provato prima era salito improvviso lungo la mia spina dorsale. Le nostre mani si erano unite mentre mi sussurrava frasi d’amore all’orecchio.
Horemheb…Quale destino, il nostro? Quale destino il mio, umile ancella della Regina che presto lui avrebbe impalmato?
Gli occhi mi si riempirono di lacrime e la vista si annebbiò sfumando i contorni delle cose. Una folata di vento mi portò il profumo dolciastro dei fichi e dei datteri di cui era colmo il vassoio al centro del piccolo tavolo e tornai alla realtà.
L’espressione del mio viso doveva essere mutata, perché adesso entrambe le donne mi stavano guardando. Finsi di scacciare un insetto dal viso per non mostrare loro i miei occhi e mi alzai a versare un po’ di succo di carruba.
<<Qualcosa non va, Safira? Mi sembri triste.>> mi chiese Mutnodjmet.
<<No, mia Regina. Va tutto bene. E’ solo che qualcosa mi è entrato nell’occhio.>>
Non insistette Mutnodjmet con le sue domande, così, mi recai al fiume a raccogliere fiori. Fuori dall’acqua, lungo la sponda opposta, due occhi color giallo ocra osservavano attenti la sua superficie limacciosa.
Immobile, il coccodrillo attendeva paziente la sua preda. Era sempre con molta apprensione che mi recavo lungo le sponde del Nilo. Non erano pochi gli schiavi che vi avevano perso la vita divorati da quei mastodontici rettili.
Il Dio Sobek. Pensai. Quanta forza nelle sue mascelle.
Ad una decina di metri da lui, un ibis bianco stava immobile con le sue lunghe zampe immerse nella melma. Entrambi gli animali fingevano indifferenza studiando l’uno le mosse dell’altro.
Li osservavo con la morbosa attesa che il rettile, con uno scatto fulmineo, si avventasse sul volatile.
E’ così che vanno le cose. Queste sono le regole. Il più forte vince sempre sul più debole. Se il più debole non riesce a spiccare il volo...
Il sole stava calando nel deserto rubando i contorni alle cose e il caldo opprimente della giornata stava diminuendo. Aspettai il passaggio di una feluca. Scivolava lenta sulla superficie dell’acqua avvolta da una nube di moscerini. Gli animali rimasero entrambi immobili.
Decisi di tornare indietro. Adesso, era Mutnodjmet che ascoltava rapita Tiyi raccontare dei giochi d’amore, delle tenerezze che l’uomo riserva alla sua sposa.
Il cuore mi si riempì di pena. Avevo una disperata voglia di piangere. Non volevo ascoltare, così, presi il vassoio con la frutta con l’intenzione di tornare a palazzo.
<<No, Safira. Lascia pure il vassoio. Ho ancora voglia di mangiare qualche fico. Semmai, porta dentro le brocche con l’acqua e lascia quella con il succo di carruba.>> mi disse Mutnodjmet.
<<Va bene, mia Regina.>> le dissi chinando leggermente il capo e congedandomi da loro.
Di quali giochi d’amore stavano parlando? Forse erano giochi d’amore anche i baci sulla pelle che mi aveva dato Horemheb nel nostro ultimo incontro nei sotterranei del palazzo?
Al solo ricordo mi vennero i brividi.
Le sue labbra morbide che sfioravano le mie. Il freddo e l’umidità del sotterraneo a contrasto con il calore dei nostri corpi che si toccavano, le nostre labbra calde che si univano. Il vapore acqueo del nostro fiato che disegnava l’aria…
Eravamo presi l’uno dall’altra, ma vivevamo questi incontri con pesanti sensi di colpa. In Egitto, il tradimento era punito con la morte. L’ira di Mutnodjmet si sarebbe scagliata su di me con inaudita violenza se solo lei ci avesse scoperti. Ma io ero disposta ad affrontare la morte pur di continuare ad amare Horemheb. Mutnodjmet mi avrebbe fatta uccidere nel modo più atroce, ma ogni istante con lui valeva qualsiasi punizione gli dei mi avessero inflitto.
La cucina, immensa, emanava gli odori della cena che la servitù, in un allegro chiacchiericcio, stava preparando. L’odore pungente dell’agnello sulla brace infestava le pareti e si mescolava con quello dolciastro dei fagioli. Nelle otri, il vino rosso attendeva di essere servito fresco nelle brocche e, da lì a qualche ora, avrebbe accompagnato i cibi prelibati scelti per gli ospiti. Il fumo odoroso veniva sospinto fuori dalla sala con l’aiuto di grandi ventagli di piume agitati da quattro schiavi posti ciascuno ad un angolo di essa. La frutta straripava dai vassoi posti sui tavoli di granito componendo mosaici di colori.
Mi avvicinai e posai le brocche che subito furono lavate prima di essere riempite di nuova acqua fresca. Attraverso la finestra che volgeva al Nilo, vidi Mutnodjmet e Tiyi che rientravano. Le vesti di lino bianco mosse dalla leggera brezza, sullo sfondo del tramonto, conferivano ad entrambe un’aria surreale.
Andai loro incontro per recuperare il vassoio di frutta rimasto sul tavolino. Il cielo era rosso intenso striato di nuvole dai contorni dorati ed il sole, oramai, era del tutto scomparso all’orizzonte.
Feci alcuni metri verso il fiume aspettandomi di vedere ancora l’ibis bianco sulla sua sponda, ma non lo vidi. Mi chiesi se fosse rimasto vittima del coccodrillo e tornai indietro. Ripensavo alle risate di Mutnodjmet mentre Tiyi le raccontava dei giochi d’amore e avvertii di nuovo una pena, come una spina, pungermi il cuore.
Mi sentii prendere per un braccio e sobbalzai.
<<Sarah… Sarah… si svegli.>> udii dire mentre la presa al mio braccio si faceva più intensa.
<<Eh?>> risposi guardandomi intorno stralunata.
<<Si svegli. Siamo qui, nel mio studio.>> disse l’uomo in camice bianco che mi stava davanti.
Guardai quell’uomo incapace di pronunciare alcun suono. Ero stata strappata a qualcosa di cui non riuscivo a rendermi conto. Provavo un senso di perdita alla quale non riuscivo a dare un nome, un volto, un luogo. Sentivo dentro di me che avevo perso qualcosa, ma non sapevo che cosa.
<<Sarah… E’ tutto a posto.>> mi disse.
In un lampo, mi resi conto di dove mi trovavo ma cercai, nonostante tutto, di aggrapparmi a quel barlume di ricordo che mi creava dentro un forte disagio.
Cercai di concentrarmi mentre l’uomo mi parlava. Sentivo ancora voci indistinte nella mia testa, in una lingua inusuale (sconosciuta?).
Vidi con gli occhi della mente un’enorme stanza illuminata da luci tremolanti, del fumo…
<<Sarah?>>
<<Sì?>> risposi all’uomo che si rivolgeva a me con insistenza.
<<Ricorda qualcosa? Si è appena risvegliata da una seduta di ipnosi. Molto interessante, direi.>>
Guardai Laura seduta alla scrivania. Mi osservava, curiosa. Mi sorrise.
<<Non ho ricordi nitidi se è questo che mi chiede. Solo qualche immagine sfocata. Del fumo, Gente che parla… una lingua incomprensibile.>>
<<Le avevo promesso che le avrei detto che cosa sarebbe venuto fuori da questa seduta e manterrò la promessa. Si metta comoda, perché la cosa è veramente interessante.>>
Guardai Laura con aria interrogativa, ma lei si limitò ad alzare le sopracciglia, divertita.
<<In realtà, non ho molti elementi in mano, tuttavia, ho un elemento molto interessante che, una volta sviscerato, mi permetterà di spiegarle il significato del sogno. Le ho fatto alcune domande durante la seduta e devo dire che lei mi ha risposto in modo veramente sorprendente. Ma non voglio anticiparle niente. Ho registrato la nostra conversazione e gliela farò ascoltare. Poi, ne parleremo.>>
Premette il tasto di ascolto del registratore. Sentii la voce del medico parlarmi con voce pacata, rilassante.
<<Seduta del 26 aprile 2006, ore 17,30, Sarah Gabrielli…>> diceva la sua voce.
Il ticchettio del metronomo scandiva il tempo, mentre lui continuava a sussurrarmi le parole necessarie a farmi iniziare la discesa.
<<Immagina di sdraiarti in mezzo ad un prato verde. L’erba è morbida e ti solletica la pelle. Ti addormenti e la tua anima esce fuori dal tuo corpo. Vedi te stessa addormentata. Il vento leggero porta via la tua anima. Lontano, molto lontano, in un luogo per te molto importante. In un tempo per te molto importante. Non sai ancora dove, non sai ancora perché. Ma è qualcosa di molto importante per te, qualcosa che cerchi da molto tempo… qualcosa che svelerà un segreto chiuso dentro di te. Pian piano, il vento ti sospinge come una foglia, ti depone sulla terra… Puoi guardarti intorno: dove sei? Chi c’è intorno a te? Qual è il tuo nome?>>
Con mia grande sorpresa, sentii me stessa pronunciare frasi in una lingua sconosciuta. Il timbro era il medesimo, o molto simile, ma ciò che era affascinante era il modo in cui pronunciavo quelle frasi. Frasi che non contenevano sillabe, ma solo consonanti. La voce era a volte cantilenante, altre volte aspra e carica di dolore. Mi vennero i brividi.
Nfr… Nfr…Nfr… mi si stampò nella mente.
Guardai il dottor Giunti, ma lui mi fece segno di ascoltare. Sentii la sua voce registrata nel nastro pormi una domanda.
<<Dove ti trovi in questo momento?>>
La risposta arrivò in una serie di versi incomprensibili, in un miscuglio di consonanti.
<<Chi c’è con te?>>
Altre frasi incomprensibili.
<<Chi è Mutnodjmet? Chi è Tiyi?>>
Risposi anteponendo la parola Mutnodjmet ad una fusione di consonanti. La stessa cosa avvenne per la parola Tiyi.
<<Qual è il tuo nome?>>
Ancora un breve miscuglio di consonanti.
Infine, la domanda a bruciapelo.
<<Chi è Horemheb?>>
Sentii la mia voce incrinarsi, mentre rispondevo alla domanda. Mi immaginai sull’orlo del pianto e provai una profonda pena per me stessa o per chi ero stata.
Alzai gli occhi verso il dottor Giunti, un po’ vergognata, un po’ incuriosita.
Lui capì il mio stato d’animo e mi sorrise, poi, bloccò il registratore.
<<Non si preoccupi. Succede spesso. E’ normale avere sbalzi d’umore durante una seduta ipnotica, soprattutto se si toccano temi particolarmente toccanti come l’amore. E qui, mi sembra di capire, ci sono tutti gli ingredienti di una storia d’amore tormentata.>>
<<Che cosa significa tutto questo?>> chiesi.
<<Significa che ci troviamo nell’antico Egitto. La lingua che ha appena ascoltato è la lingua degli antichi Egizi. Come avrà notato, mancano le vocali. Si tratta di frasi costruite esclusivamente con l’uso di consonanti. Si ricorda la frase pronunciata dalla mummia durante il suo sogno? Nfr? Che nel linguaggio comune si traduce in Nefer? La mummia ha omesso le due “e”, proprio come lei ha omesso tutta una serie di vocali nella sua conversazione di poco fa.>>
<<E qual è il significato di quelle frasi?>> chiesi.
<<Questo, purtroppo, non glielo so dire. Occorre fare ascoltare il nastro ad un egittologo e chiedergli una traduzione. Solo allora, sapremo il loro significato e potremo avere la descrizione del luogo in cui si svolge l’azione e la descrizione dei personaggi che in esso si muovono. L’unica cosa che posso dirle, fino ad ora, è che nelle parole Mutnodjmet e Tiyi nascoste in quelle frasi, ai più incomprensibili, si nascondono i nomi di due donne: la Regina Mutnodjmet e Tiyi che probabilmente era una sua amica. Horemheb, invece, è il nome di un faraone vissuto in un periodo a cavallo tra la XVIII e la XIX dinastia, cioè durante quello che, a posteriori, fu definito il Nuovo Regno. Ebbene, tutto sembrerebbe coincidere perché, in effetti, Horemheb sposò Mutnodjmet.>>
<<E io che c’entro con questa storia?>> chiesi con inspiegabile apprensione.
<<Lei, a quanto mi ha risposto, dovrebbe chiamarsi Safira. Forse una schiava, l’ancella preferita della Regina Mutnodjmet. Innamorata del faraone a quanto mi sembra di capire.>>
Provai una fitta al petto, dolorosa.
Nfr… Nfr…
Un senso di perdita, profonda, mi pervase. Rimasi in silenzio.
<<Adesso, invece, mi racconti del sogno fatto la scorsa settimana.>>
Gli raccontai del sogno, delle immagini quasi reali che avevano riempito i miei occhi, di quella donna con la parrucca in testa e dell’odore vivido della frutta e dell’essenza con cui lei si era cosparsa la pelle. Gli descrissi la camera da letto, la tunica che avevo preso in mano, i colori della piccola statua raffigurante Bastet. I suoi occhi di lapislazzuli. La predominanza del turchese e dell’oro.
Mutnodjmet… Mutnodjmet…
Sì, anche nel sogno la donna si chiamava Mutnodjmet. Adesso ricordavo. E io la servivo. Le porgevo frutta presa da un vassoio. Ricordavo nitidamente il trucco dei suoi occhi. Il legnetto che scivolava sulla sua pelle lasciando una sottile riga nera. La polvere d’oro che cadeva dalle sue palpebre…
La seduta proseguì ascoltando il resto del nastro costellato di frasi egizie, di sospiri, di sussulti. Alla fine, il dottor Giunti mi congedò fissando un appuntamento alla settimana successiva.
<<Sottoporrò il nastro ad un esperto e poi le leggerò la traduzione. Arrivederci.>> mi congedò.
Appena fuori dalla porta, Laura mi prese sottobraccio.
<<Chissà che tresca verrà fuori, bambina mia… Tu nel mezzo di una storia d’amore tra il faraone e la sua Regina. Ahi, ahi… La vedo dura…>>
<<Interessante…sono affascinata. Io, nell’antico Egitto…chissà che cosa viene fuori. Ma… sarà tutto vero?>> domandai.
<<La voce era la tua. La lingua no. O conosci questa lingua e non me ne hai mai parlato?>> mi chiese ridendo.
<<In effetti, era la mia voce. Non posso negarlo.>>
<<Ed io ne sono testimone.>>
<<Già, tu ne sei testimone. Su questo non ci sono dubbi. Staremo a vedere gli ulteriori sviluppi.>>
Erano già le sette quando lasciai Laura sotto casa, così, con il cellulare, avvisai lo studio che non sarei rientrata.
Durante il tragitto in macchina, mi ritrovai a pensare all’intera seduta sforzandomi di ricordare particolari utili, ma non ci riuscii.
Mi ci vuole un bel bagno rilassante… Solo così potrò trovare la giusta concentrazione.
Tornata a casa, riempii la vasca di acqua calda e di sali rilassanti alla malva. Accesi una decina di candele e mi infilai dentro.
Proprio come nei film americani. Per creare l’atmosfera…
L’acqua calda mi circondava con il suo strato di schiuma profumata, così, appoggiai la testa alla porcellana della vasca e chiusi gli occhi.
Tornai con la mente allo studio del dottor Giunti, al suo lettino comodo e alla luce soffusa che regnava nella stanza. Mi concentrai sulle frasi incise sul nastro, sulla mia voce che le pronunciava in una lingua decisamente incomprensibile. Pensai al ritmo delle frasi, alla pronuncia delle parole, alle pause…
Immaginai l’espressione del mio viso mentre pronunciavo quelle cariche di dolore, quasi vicine al pianto, ed ebbi pena per me stessa, per ciò che forse un giorno ero stata.
Mi concentrai maggiormente sulle immagini che avevo visto nell’attimo in cui ero stata svegliata: uno stanzone illuminato da luci tremolanti e del fumo.
Sì, del fumo odoroso attraverso il quale intravedevo persone… no, donne indaffarate con… con… animali morti… Una cucina!
Ecco che cosa avevo visto: una cucina e donne che preparavano un banchetto. Gli animali morti costituivano la cena… Le donne pulivano gli animali, li cucinavano… il fumo odoroso… agnello? E… brocche, vassoi ricolmi di frutta. Due uomini con dei grossi ventagli di piume bianche e nere…
Wow!
Il sole che tramontava e un cielo dai colori apocalittici… dal giallo all’arancio, dal rosso al viola…
Gli occhi chiusi mi trasmettevano immagini d’altri tempi e, pian piano, scivolai nel sonno…
Ero al piano superiore di un palazzo.
Alla sinistra della finestra, vedevo il fiume e, sulle sue sponde, palme che si inchinavano sospinte dal vento. Il sole era tramontato e la silhouette di una feluca scivolava nera in direzione della foce.
Abbassai lo sguardo: uno scriba rientrava a palazzo con un papiro arrotolato sotto il braccio, mentre alcuni dromedari sonnecchiavano accovacciati sul lato sinistro dell’entrata illuminata da grosse torce accese. Il giallo e il rosso delle loro fiamme si confondevano con i colori del cielo.
Guardavo l’orizzonte. Il Generale Horemheb sarebbe arrivato per il banchetto molto presto con al seguito alcuni uomini del suo esercito. Le sue gesta di Gran Comandante dell’esercito del Signore dei due Paesi prima e di abilissimo diplomatico capace di riprendere in pugno le redini dell’impero quando, in seguito alla morte del faraone Ay, ormai l’anarchia aveva preso il sopravvento, avevano superato le dune del deserto arrivando fino a noi. Horemheb che, con il suo fisico statuario bruciato dal sole, avrebbe sposato, da lì a qualche mese, la Regina Mutnodjmet.
Vidi una nuvola di polvere e sabbia e subito puntai lo sguardo nella sua direzione. L’orizzonte si era fatto scuro e il cielo, adesso, tendeva al rosso scuro e al viola. Mi sporsi per guardare meglio e….
Driiiiiiiinnnn………… Driiiiiiiinnnn….…… Driiiiiiiinnnn…………….
Lo squillo del telefono, violento ed insistente, mi perforò i timpani svegliandomi di soprassalto.
Ma perché non ho portato il cordless?
Uscii dall’acqua gocciolante, indossai l’accappatoio e mi precipitai nell’ingresso. Un attimo prima che sollevassi la cornetta, lo squillo cessò e nella casa tornò il silenzio.
Un moto di rabbia mi colse. Avrei distrutto tutto ciò che avevo d’intorno. Lo squillo del telefono aveva interrotto un sogno bellissimo. Ancora pochi istanti e avrei visto…
Horemheb?
La spina che avevo sentito nel pomeriggio dopo la seduta di ipnosi era tornata procurandomi nuovamente una sorta di dolore al cuore.
Chissà chi era… Ma chi se ne frega! Mi ha rovinato un sogno stupendo…
Mi sedetti pesantemente sul divano con l’accappatoio umido ancora indosso. Il mio pensiero tornò al sogno, all’immagine della feluca che scivolava silenziosa sopra le acque placide del Nilo, i colori del tramonto, i dromedari accovacciati sulla sabbia. Le immagini erano talmente vivide che mi davano la sensazione di averle viste attraverso una finestra.
Mi rividi affacciata ad osservare l’orizzonte, le nubi di polvere e sabbia che coprivano la corsa dei cavalli che si avvicinavano al palazzo.
Horemheb… Horemheb… Che c’entro io?
Senza pensare, composi il numero del dottor Giunti. Gli raccontai del sogno, delle immagini nitide che mi erano rimaste impresse e gli chiesi, seduta stante, un appuntamento. Riuscii ad ottenerlo per la mattina successiva, alle 8,30, prima di andare in studio dove avrei avuto da redigere lo stato passivo relativo ad un fallimento di recente attribuzione.
Chiusi la comunicazione sentendo crescere in me l’ansia dell’attesa.
Questa storia mi sta prendendo sul serio. Non riesco a concentrarmi sul lavoro. Non riesco a concludere niente. Non vorrei combinare qualche pasticcio col tribunale. Pensai.
Avrei voluto chiamare Laura – sapevo quanto ci teneva ad assistere a tutte le sedute – ma le avrei soltanto creato problemi sul lavoro. L’indomani, avrebbe avuto il turno di mattina e, telefonarle, avrebbe significato metterla in difficoltà. L’avrei aggiornata in tempo reale subito dopo.
Preparai una cena veloce e dopo rimasi sul divano, in salotto, a guardare un film su Sky. Quando finalmente gli occhi cominciarono a chiudersi e la mia mente non riuscì più a seguire le parole che il conduttore dell’ultima rubrica delle 23,45 stava dicendo, decisi di andare a letto e seguire il consiglio che il dottor Giunti mi aveva dato per telefono.
Una volta spenta la luce, provai a concentrarmi sulle immagini del sogno avuto nel pomeriggio.
“Vada a letto e cerchi di rilassarsi. Si concentri sul sogno che ha fatto provando a focalizzare le immagini che ha visto. Cerchi di rievocare i luoghi, i profumi, i colori, le voci. Poi, se ci riesce, a focalizzare i volti delle persone che erano con lei. Quando avrà ricreato la situazione del sogno, provi ad interagire con esso rendendosi parte in causa dello stesso. Domani mattina mi racconterà gli effetti di questo esperimento, dopo di ché, faremo un’altra seduta di ipnosi regressiva.” Mi aveva detto al telefono.
E, così, feci. Nel buio della notte, chiusi gli occhi e cominciai a rievocare quelle immagini. Dipinsi il cielo di rosso cupo, di giallo e di viola. Ciò che ne venne fuori aveva un ché di apocalittico. In silhouette, disegnai il contorno delle palme e lasciai passare una feluca.
A quel punto, mi concentrai sul luogo preciso in cui mi trovavo.
Ero al piano alto di una costruzione regale e guardavo dalla finestra. Sotto di me, sul lato sinistro del palazzo, individuai alcuni dromedari accovacciati con i tappeti multicolori appoggiati sull’unica gobba utilizzata a mo’ di sella. Le loro ombre si estendevano sulla sabbia al chiarore delle torce accese.
Voci indistinte provenivano dall’esterno e vidi lo scriba con i papiri arrotolati sotto il braccio rientrare frettolosamente a palazzo. Con il cuore che accelerava i suoi battiti, iniziai a disegnare l’orizzonte: dapprima con un polverone di sabbia che nascondeva il cielo, poi, con la forma di cavalli lanciati al galoppo.
“Quando avrà ricreato la situazione del sogno, provi ad interagire con esso rendendosi parte in causa dello stesso.”
Interagire… interagire con il sogno…I cavalli al galoppo… stanno arrivando a palazzo…il banchetto… Horemheb…lo scriba sta rientrando…devo affrettarmi, devo andare da Mutnodjmet. Devo andare ad aiutarla a prepararsi…
Il buio della notte m’inghiottì facendomi perdere il contatto con la realtà ed entrai nel sogno. Rimasi qualche istante ancora alla finestra, a rimirare lo spettacolo di quelle zampe, di quegli zoccoli al galoppo, di quelle criniere al vento. Le figure di quegli uomini che si accingevano a giungere a palazzo per un fastoso banchetto. Fuori, un viavai di uomini pronti ad accogliere il Generale Horemheb.
Il cuore, adesso, mi batteva furioso nel petto. Con un sospiro, mi allontanai dalla finestra e corsi nella stanza di Mutnodjmet.
La Regina sembrava in estasi. Stava guardandosi allo specchio ed il legnetto intinto nell’henne disegnava il contorno dei suoi occhi scuri.
<<Finalmente!>> mi disse leggermente contrariata appena mi vide.
<<Scusami, Mutnodjmet.>> mi affrettai a dirle inchinandomi.
<<Vieni, passami i colori.>> mi disse indicandomi le ciotole piene di polvere azzurra e d’oro.
La sua pelle odorava di cannella ed era chiara e liscia e rendeva un perfetto contrasto con il trucco degli occhi e dei capelli nerissimi e liscissimi.
<<Sei bellissima, Mutnodjmet.>> le dissi con sincerità.
<<Grazie, cara.>> mi rispose con un sorriso.
L’aiutai ad indossare la bellissima veste di lino bianco intrecciata di fili d’oro e turchese e le porsi l’essenza di profumo che preferiva. Il suo volto era radioso e l’invidiai.
“Ma tu hai il cuore di Horemheb…non lei…” Mi disse la voce della mia mente.
Ma non durerà a lungo. Le risposi.
<<Sono felice. Safira.>> mi disse prendendomi per le spalle.
<<Anche io per te, mia Regina.>> le risposi agganciandole al collo la collana d’oro e turchesi.
<<E’ ora di andare.>> disse infine.
La seguii lungo il corridoio con la veste lunga e morbida che le accarezzava le gambe.
Scendemmo al piano inferiore dove il Generale Horemheb attendeva con il drappello di uomini appartenenti al suo esercito.
<<Mia Regina…>> le disse inchinando leggermente la testa appena la vide.
<<Mio Generale, quanto tempo…>> gli rispose in adorazione.
<<Safira…>> mi disse rivolgendomi un sorriso.
<<Benvenuto, Generale…>> risposi.
Mi girava la testa. La vista di Horemheb in visita a Mutnodjmet mi sconvolgeva.
Mi allontanai ed entrai nella cucina. I profumi che emanava mi sembravano, adesso, esalazioni pestilenziali. Mi appoggiai ad un bancone, ma la vista del sangue del capretto mi fece venire la nausea.
La grande stanza cominciò a girare vorticosamente e, con essa, i cuochi e le serve, i cibi e le bevande. Stavo per svenire. Sì, stavo per svenire. D’un tratto, mi mancò la vista, cominciai a sudare, poi, mi sentii svuotata e leggera come l’aria. Stavo cadendo a terra.
Con un sobbalzo, aprii gli occhi. Il cuore mi batteva ad una velocità inaudita e lo sentivo martellare in gola. Ero nella mia stanza e tutto intorno a me era immerso nell’oscurità. Una volta abituati gli occhi a quel buio totale, vidi Minou ai piedi del letto che mi osservava, certo spaventata dal mio movimento brusco.
Delusa per l’interruzione del sogno, focalizzai il volto di Horemheb. Sembrava scolpito nel marmo tanto perfetti erano i suoi lineamenti. La pelle del viso era abbronzata e brillava alla luce delle torce affisse lungo le pareti dell’ampio atrio. Provai una fitta al cuore, ancora una volta, ancora più dolorosa. Decisi di riaddormentarmi provando a riprendere il sogno interrotto, ma, nonostante i numerosi tentativi, non vi riuscii.
Beh, tra qualche ora sarò dal dottor Giunti per la seduta. Mi consolai e mi addormentai.
Alle otto e un quarto ero già nella sala d’attesa del medico che sfogliavo nervosamente una rivista aspettando il mio turno.
Alle otto e trenta in punto, il dottor Giunti si affacciò alla porta e mi invitò ad entrare.
<<Allora, Sarah. Come va? E la sua inseparabile amica, oggi non l’ha portata?>> mi chiese.
<<Va abbastanza bene, grazie. Laura aveva il turno di mattina, oggi. Non sa neppure che sono qui. Quando glielo dirò mi toglierà il saluto. Aveva detto che non avrebbe saltato neppure una seduta.>> risposi con un sorriso.
<<Se vuole, non glielo diremo…>> mi disse sorridendo a sua volta con voce sensuale.
Mi sentii improvvisamente a disagio. Mi ricordai di un film degli anni quaranta in cui una giovane donna assisteva, in teatro, ad uno spettacolo d’ipnosi e poi, successivamente, si ritrovava schiava dell’ipnotista che disponeva di lei, ormai priva di volontà, pronunciando una parola particolare che rappresentava, per lei, una sorta di comando. Lui pronunciava la parola e lei perdeva il controllo di se stessa.
Sciocca…che cavolo di pensieri sono questi? Devo smetterla di fantasticare. Pensai.
“Però, adesso sei sola con lui nella stanza e nessuno sa che sei qui. Neanche allo studio.” Mi rispose la voce dentro di me.
<<Venga, si accomodi.>> mi disse indicandomi il lettino di pelle nera che, in quel preciso istante, mi sembrò uno strumento di tortura.
Mi stesi guardandomi intorno. La stanza era immersa nella penombra. Un chiarore proveniva solamente dalla piantana alogena all’angolo della stanza. Eravamo soli. Io e lui.
Smettila di pensare queste cazzate. Mi dissi e mi sdraiai.
<<Si rilassi, Sarah. Eh… mi dica del sogno. Ha fatto come le ho suggerito?>> mi chiese sedendosi sulla sedia di fronte a me.
<<Sì.>> risposi.
<<E ci è riuscita a riprendere il sogno?>>
<<Sì, ma poi ho cominciato a sentirmi male e mi sono svegliata. Non è durato molto.>> gli risposi.
<<Me lo racconti. Nei dettagli.>>
Gli raccontai del palazzo e di ciò che vedevo dalla finestra. Dei dromedari accovacciati, dello scriba e della feluca.
<<Queste immagini dell’esterno potrebbero essere originate dai ricordi della vacanza in Egitto. Mi racconti dell’interno del palazzo, delle persone che è riuscita a vedere, di ornamenti e suppellettili.>>
Ad occhi chiusi, gli descrissi l’ingresso del palazzo reale, con due saloni affrescati, la grande cucina e coloro che vi si trovavano, il loro abbigliamento e la forma delle brocche piene di vino e acqua. Gli parlai del fumo e degli animali pronti per essere cucinati, delle torce accese e del fumo che impregnava la stanza.
<<Si ricorda un nome in particolare?>>
<<Mutnodjmet. Il nome della Regina. Ho sognato di aiutarla a vestirsi. Era truccata di nero e azzurro. Aveva un bastoncino o un pennello intinto di nero. Era vestita di lino bianco: una tunica lunga, leggera. Era radiosa: stava aspettando Horemheb.>>
<<Ed è arrivato?>> mi chiese.
<<Dalla finestra vedevo un gran polverone di sabbia. C’erano dei cavalli al galoppo. Poi, lui è entrato nel palazzo e l’ho visto.>>
<<Può descriverlo?>>
<<Era abbronzato. Scuro di capelli. Virile.>>
<<Com’era vestito?>>
<<Di nero. Una specie di gonnellino nero. Il busto era scoperto. Muscoloso. Abbronzato. Al collo uno di quei collari che si vedono nei geroglifici dipinti sulle pareti dei templi egizi. Ai piedi, calzari di cuoio scuro. Almeno, così mi è sembrato.>> risposi ricostruendo l’immagine di Horemheb nel buio della mia mente.
Sospirai di nostalgia.
<<Adesso, inizieremo la seduta di ipnosi regressiva. Faremo un viaggio nella memoria cercando di scoprire qualcosa di più. Proveremo a riprendere da dove è stata interrotta.>>
<<Ma la registrazione dell’altra seduta è stata tradotta?>> chiesi con ansia.
<<Non ancora. Non è semplice. Tuttavia, io mi sono informato sui nomi che lei mi ha fornito: Horemheb è vissuto durante il periodo che fu a posteriori denominato Nuovo Regno, come già le dissi l’altra volta, tra la XVIII e la XIX dinastia. Horemheb ricoprì la carica di vice reggente dei Due Paesi durante il regno di Akhenaten, soprannominato il re eretico, perché fu colui che tolse tutti gli dei eleggendo ad unico Dio il sole: Aten di cui lui stesso ne rappresentava la figura umana sulla terra. In pratica, il precursore delle religioni monoteiste. Horemheb era il gran comandante dell’esercito delle terre settentrionali e meridionali, ma anche un abilissimo diplomatico, tant’è che durante il regno di Tutankhamon rivestì la carica di scriba reale. Sposò una Regina, Mutnodjmet appunto, probabile discendente di Ay. Grazie alle sue capacità, nonché al suo sangue reale almeno così ho trovato scritto nei libri in cui mi sono documentato e dal momento che esiste una sua raffigurazione con l’aureo reale sulla testa riuscì, con l’appoggio dell’esercito, a farsi incoronare a Tebe faraone dal clero di Amon acquisendo così il titolo regale. Fu lui che al Sud riaffermò i diritti dell’Egitto sulla Nubia. Horemheb viene poi anche ricordato per gli edifici da lui costruiti, primo fra tutti il famoso viale delle sfingi dalla testa di ariete che va da Karnak a Luxor, il tempio funerario iniziato dal faraone Ay a Tebe… A lui si deve l’istituzione dei tribunali nelle grandi città dove i sacerdoti dei templi e i sindaci fungevano da giudici. C’è anche chi gli attribuisce la costruzione della Sala ipostila a Karnak. Il suo regno durò all’incirca venticinque anni: approssimativamente tra il 1335 e il 1308 a.C.>>